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Un articolo di opinione pubblicato nel mezzo spagnolo The Objective sostiene che il inasprimento della politica statunitense verso Cuba potrebbe accelerare cambiamenti profondi nell'isola e propone tre scenari possibili per il regime dell'Avana.
Il testo, firmato dall'analista Efraín Vázquez Vera, sostiene che la strategia dell'amministrazione Trump è passata «dall'asfissia economica alla minaccia di un intervento militare diretto».
A suo avviso, questa pressione non è retorica, ma un imperativo politico in vista delle elezioni statunitensi di novembre 2026.
Quali sono i tre scenari possibili secondo Vázquez Vera?
Il primo scenario per il regime cubano consiste nel mantenere una fermezza inamovibile per guadagnare tempo fino alle elezioni statunitensi. Vázquez Vera lo definisce un «rischio elevato» perché sottovaluta la frustrazione di Washington e aumenta la possibilità di un attacco strategico.
Il secondo panorama implica la rottura del dialogo con gli Stati Uniti e l'assedio, ma se ciò dovesse accadere sarebbe un «errore di valutazione fatale».
«La rottura del dialogo per La Habana fornirebbe a Washington il pretesto ideale per concretizzare le sue minacce», scrive.
La terza possibilità prevede di soddisfare la maggior parte delle richieste statunitensi, preservando il nucleo essenziale della sovranità cubana, in cambio della revoca dell'embargo.
Questo comporterebbe trasformazioni profonde nel paese, a partire dalla immediata liberazione degli oppositori e da una reale apertura economica di Cuba.
L'analista vede nella disponibilità del Governo di Cuba a «ascoltare» l'offerta di 100 milioni di dollari in aiuto umanitaria da parte degli Stati Uniti un segnale che il regime ha già intrapreso questo cammino.
L'effetto delle politiche di Washington
Vázquez Vera inquadra il rinforzo delle misure di Washington come una risposta tattica e la associa a un «colpo strategico in Iran», assicurando che l'amministrazione Trump avrebbe bisogno di una vittoria nel suo «giardino di casa» per sostenere il suo capitale politico.
Inoltre, sostiene la sua tesi sugli scenari possibili per Cuba, in una serie di fatti recenti. Il più eclatante è l'uscita di Meliá, che questa settimana ha annunciato la cessazione immediata della gestione di 15 hotel cubani di fronte al rischio di sanzioni secondarie da Washington per operare con strutture collegate a GAESA.
Diverse giorni prima, Iberostar ha annunciato anche il suo ritiro da 12 hotel a Cuba sotto la stessa pressione. L'analista definisce queste uscite di aziende spagnole come «l'ultimo anello di un prolungato gocciolamento di ritiri aziendali».
Inoltre, segnala che gli Stati Uniti con questa strategia hanno smantellato il «storico cuscinetto di investimento spagnolo» nell'isola.
Un altro fatto centrale citato dall'autore è la imputazione formale di Raúl Castro da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, resa pubblica il 20 maggio dal procuratore generale ad interim Todd Blanche a Miami. L'accusa include sette capi d'imputazione federali per l'abbattimento degli aerei di Hermanos al Rescate il 24 febbraio 1996.
Vázquez Vera interpreta questa manovra come un tentativo di «decapitare simbolicamente la leadership storica e frantumare la coesione interna del regime».
A tutto ciò si aggiunge, come sfondo, una crisi energetica senza precedenti e un incremento delle proteste cittadine e delle azioni repressive del governo sull'isola.
L'articolo si conclude con una tesi che lo stesso autore riconosce come paradossale: «L'unica via per evitare la guerra è la concessione pragmatica, una decisione che avvierebbe in modo irreversibile la transizione economica e politica» di Cuba.
Tuttavia, molti cubani dentro e fuori dell'isola sostengono che il paese sia già in guerra, nonostante fino ad ora non ci sia stato alcun sbarcho statunitense.
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