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Il ricercatore Guillaume Long, ex ministro degli Affari Esteri dell'Ecuador e analista del Centro di Ricerca Economica e Politica (CEPR), ha avvertito mercoledì che il fallimento non riconosciuto dell'amministrazione Trump in Iran potrebbe spingere il presidente statunitense a cercare una vittoria compensativa a Cuba, in un intervista pubblicata dal quotidiano francese L'Humanité.
Long segnala che le tensioni tra Washington e L'Avana hanno raggiunto un livello senza precedenti dalla crisi dei missili del 1962, con sanzioni soffocanti, operazioni mediatiche per giustificare una possibile aggressione, minacce dirette contro l'ex presidente Raúl Castro e il dispiegamento di una portaerei nei Caraibi.
«L'amministrazione Trump desidererebbe per Cuba un esito simile a quello venezuelano. Impiegare truppe sul campo per realizzare un vero cambiamento di regime non è il tipo di scenario che il presidente Donald Trump auspica, ci sarebbero troppe perdite americane», ha affermato Long.
Secondo l'analista, se gli Stati Uniti agiranno a Cuba, lo faranno con lo stesso tipo di precauzioni utilizzate in Venezuela, dove il 3 gennaio 2026 la cosiddetta Operazione Risoluzione Assoluta ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, operazione che Trump considera una grande vittoria in politica estera.
«Il presidente repubblicano dovrebbe puntare piuttosto a una vittoria del tipo 'decapitazione del regime', con preferenza per gli effetti ottenuti in Venezuela», ha precisato Long, sebbene abbia avvertito che Cuba ha una capacità di resistenza maggiore, con decenni di costruzione di un apparato di sicurezza leale alla rivoluzione.
Il contesto iraniano è fondamentale per comprendere l'ipotesi dell'analista. Dopo l'Operazione Midnight Hammer del 28 febbraio 2026 — attacchi congiunti degli Stati Uniti e Israele contro impianti nucleari iraniani — i negoziati tra Washington e Teheran sono in stallo. Lo scorso giovedì, Trump ha fissato le sue condizioni per un accordo con l'Iran: rinuncia permanente alle armi nucleari, apertura dello Stretto di Hormuz e distruzione del materiale arricchito sotto supervisione statunitense.
«Donald Trump potrebbe anche essere tentato di cercare di compensare il fallimento iraniano con un'altra vittoria diplomatica», ha sottolineato Long.
La crescente pressione su Cuba è stata sistematica a partire da gennaio 2026. Il 29 gennaio, Trump ha firmato l'Ordine Esecutivo 14380 dichiarando Cuba una minaccia per la sicurezza nazionale, e da allora sarebbero state imposte oltre 240 nuove sanzioni contro l'isola.
Il 5 maggio, Trump ha minacciato di dispiegare la portaerei USS Abraham Lincoln di fronte alle coste cubane e ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero «prendere Cuba quasi immediatamente».
Lo scorso mercoledì, l'Assemblea Nazionale cubana ha emesso una dichiarazione che mette in guardia su una minaccia di aggressione militare diretta da parte di Washington.
Long sottolinea anche il peso del lobby anticastrista di Miami come motore della politica estera di Trump verso l'emisfero occidentale. «Governa per le 'tribù' che gli sono leali. Tra queste, il lobby anticastrista di Miami è senza dubbio una delle più importanti nella costruzione della politica estera statunitense», ha affermato.
Una sondaggio del CEPR e YouGov del 6 maggio ha rivelato che il 64% degli americani si oppone a una guerra contro Cuba, contro un 15% che la sostiene, un dato che Long considera un ostacolo reale ma non definitivo per un'azione da parte di Washington.
«Donald Trump sta forse cercando di creare uno 'Stato fallito', di tipo haitiano, a meno di 150 chilometri dalle sue coste?», si è chiesto l'analista, avvertendo che Washington potrebbe non tenere in considerazione la solidità dell'apparato di sicurezza cubano né la scarsa possibilità di dissidenza interna su cui potrebbe fare affidamento, a differenza di quanto accaduto in Venezuela.
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