La cubana Mayre Perez si è registrata mentre faceva colazione prima di andare al lavoro e ha pubblicato un reel su Facebook nel quale riflette su uno dei dibattiti più ricorrenti tra gli emigranti cubani: il consiglio di «dimenticati di Cuba» che molti ricevono al loro arrivo negli Stati Uniti.
Nel video, Mayre descrive che al suo arrivo nel paese c'è sempre qualcuno che le ripete la stessa formula: «Dimentica Cuba, dimentica Cuba. Devi stare bene prima tu, affinché quelli là stiano bene». Quel «inciso», dice, è quello che ancora non riesce a capire.
Il suo argomento è diretto e senza fronzoli: conosce persone che vivono negli Stati Uniti da otto e dieci anni e che non stanno ancora bene, per cui la sua famiglia a Cuba non può aspettare così tanto tempo per mangiare.
«Se conosco persone che sono qui da 8 e 10 anni e non stanno ancora bene, ti immagini che la mia famiglia a Cuba aspetti tutto questo tempo per poter mangiare, mentre io sto bene, non morirebbero di fame», dice nel video.
Mayre descrive la sua situazione personale con un'onestà che tocca migliaia di spettatori: «Io qui, guarda, nemmeno un quadro ho. Non ho nulla. Un divano e un televisore. Ma i miei mangiano a Cuba».
Per lei, il concetto di «stare bene» è relativo e non ha nulla a che fare con i lussi materiali: «Forse per te stare bene è avere tre catene d'oro, una Lamborghini parcheggiata fuori e un jacuzzi. No, non lo so. Per me stare bene significa che i miei là stanno bene. Se loro stanno bene, io qui sono tranquilla e sto bene».
Il video si chiude con una domanda aperta: «Cosa ne pensa?», e ha accumulato più di 45.700 visualizzazioni, 1.524 mi piace e 457 commenti.
Il dilemma sollevato da Mayre non è filosofico: è una questione di sopravvivenza reale. Secondo il sondaggio «En Cuba Hay Hambre 2025» del Food Monitor Program, il 33,9% delle famiglie cubane ha sofferto la fame nel 2025, un incremento di 9,3 punti percentuali rispetto all'anno precedente.
Il 25% dei cubani va a letto senza cena, il 29% delle famiglie ha eliminato un pasto al giorno e il 79,4% delle abitazioni destina oltre l'80% delle proprie entrate al cibo.
La produzione nazionale è collassata: la carne di maiale è diminuita del 93,2%, il riso del 59%, le uova del 43% e il latte del 37,6%.
Questo contesto trasforma il dibattito sulle rimesse in qualcosa di urgente. Da un lato, ci sono coloro che sostengono che inviare denaro a Cuba sostiene il regime alleviando la sua responsabilità sociale. Dall'altro, la maggior parte degli emigranti, come Mayre, dà priorità al benessere immediato dei propri familiari rispetto a qualsiasi considerazione politica.
Quel secondo gruppo sottolinea che non può permettersi il lusso di aspettare anni per «stare bene» prima di aiutare, quando a Cuba la differenza tra ricevere o meno un rimessa può essere letteralmente la differenza tra mangiare e non mangiare.
Le rimesse rappresentano un trasferimento di dolore legato al sacrificio e all'uprooting, non un lusso, e qualsiasi discussione al riguardo avviene tra vittime senza responsabilizzare il sistema che ha generato la crisi, secondo le analisi pubblicate sull'argomento.
Storicamente, le rimesse a Cuba hanno superato i 3.500 milioni di dollari all'anno e beneficiano il 60% delle famiglie nell'isola, cifre che illustrano fino a che punto la sopravvivenza quotidiana di molti cubani dipenda da ciò che i loro parenti all'estero, come Mayre, decidono di prioritizzare prima di comprarsi un quadro per il muro.
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