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Fino al momento della pubblicazione di questa notizia, solo 16 persone hanno firmato la dichiarazione degli intellettuali cubani a difesa della sovranità pubblicata ieri dal Partito Comunista di Cuba (PCC).
Tutti i firmatari sono stati identificati come Premi Nazionali di Scienze Sociali o di Storia, in quello che osservatori critici interpretano come un segnale della difficoltà del regime di mobilitare un sostegno intellettuale al di là di coloro che sono storicamente impegnati e premiati dal governo.
Il documento, diffuso anche da Granma, Cubadebate e dall'Agenzia Cubana di Notizie, riafferma la lealtà dei firmatari al processo rivoluzionario, denuncia l'embargo statunitense come «forme di aggressione che influenzano direttamente la vita quotidiana della popolazione» e qualifica il «boom neofascista» guidato dagli Stati Uniti come una minaccia «alla pace, alla stabilità e all'autodeterminazione delle nazioni».
Il numero dei firmatari è sorprendente: il Premio Nazionale di Scienze Sociali esiste dal 1995, il che implica decenni di premiati accumulati. Che solo 16 di loro abbiano sottoscritto la dichiarazione evidenzia una convocazione di scarso raggio anche all'interno del campo intellettuale affine al regime.
La dichiarazione include anche un avvertimento velato contro gli intellettuali critici, segnalando "i pericoli di discorsi che, sotto le spoglie di analisi accademiche o preoccupazioni civiche, possono contribuire a legittimare agende di destabilizzazione".
Il testo nasce nel contesto dell'escalation retorica tra L'Avana e Washington dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump del 1° maggio 2026, a cui il PCC ha risposto con mobilitazioni di massa e un appello alla solidarietà internazionale.
La dichiarazione contrasta con l'attivismo di intellettuali critici che ha guadagnato visibilità nei mesi precedenti. Ad aprile, l'accademica Alina Bárbara López Hernández ha smontato la narrativa ufficiale sulla crisi cubana, attribuendola a politiche interne fallimentari e denunciando oltre mille prigionieri politici.
Diverse giorni prima, l'intellettuale Miryorly García aveva chiamato pubblicamente a non firmare la campagna governativa «La mia firma per la Patria», lanciata il 17 aprile, descrivendola come un meccanismo di coercizione e controllo sociale.
In marzo, l'attivista Madelyn Sardiñas Padrón ha sfidato il regime a convocare un plebiscito libero sul cambiamento di governo, mentre la musicologa Rosa Marquetti ha criticato le performance internazionali di solidarietà con il regime che, a suo avviso, «folklorizzano la miseria cubana».
Nessuno dei 16 firmatari della nuova dichiarazione è noto per posizioni critiche nei confronti del governo. Tra di loro figurano la filosofa Isabel Monal Rodríguez, la storica María del Carmen Barcia, il sociologo Aurelio Alonso Tejada e l'economista José Luis Rodríguez García, tutti con una lunga carriera in istituzioni ufficiali come l'Istituto di Storia di Cuba e l'Università dell'Havanna.
Questa non è la prima volta che il regime tenta di articolare una risposta intellettuale organizzata in situazioni di pressione. Dopo le proteste dell'11 luglio 2021, l'apparato culturale ufficiale ha mobilitato anche firme di sostegno, con risultati altrettanto contestati dalla comunità accademica internazionale e da artisti e intellettuali che hanno inviato lettere a Díaz-Canel esigendo la fine della repressione.
La dichiarazione si chiude con l'affermazione che i firmatari agiscono «in difesa di Cuba, del suo diritto a esistere senza tutela e senza cerchi o minacce, e di un futuro costruito in pace, con giustizia sociale e piena sovranità», una formula che il regime ripete in ogni momento di tensione con Washington, ma che questa volta è arrivata con appena 16 firme.
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