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La giornalista cubana in esilio Luz Escobar ha criticato duramente l'intervista che la rivista Newsweek ha pubblicato ieri con Miguel Díaz-Canel, definendola un esercizio che non ha avuto "niente di giornalismo" e che è servito unicamente per amplificare la narrativa del regime.
L'intervista, realizzata dal redattore senior di Politica Estera Tom O'Connor al Palazzo, è diventata la copertina di Newsweek nella sua edizione di martedì con il titolo "Risponderemo" e il sottotitolo "Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel risponde alla pressione degli Stati Uniti con una sfida". È stata la prima intervista di Díaz-Canel a un media statunitense dal 2023.
Escobar, collaboratrice del media indipendente 14ymedio, ha pubblicato ieri sera un thread di dieci messaggi sul suo profilo di X in cui ha analizzato una per una le cinque domande dell'intervista e ha concluso che tutte seguivano lo stesso schema: "domande comode, focus esterno (USA, guerra, geopolitica), zero domande scomode sulla realtà interna".
Sobre la prima domanda, riferita al dialogo con gli Stati Uniti, Escobar ha sottolineato che hanno dato a Díaz-Canel "esattamente il terreno di cui ha bisogno: dialogo, sovranità, cooperazione, 'rispetto reciproco'" e che è mancata la domanda chiave: "Perché non c'è dialogo con il proprio popolo?".
La seconda domanda, sul possibile attacco militare, è stata definita "il contesto perfetto per il discorso classico del regime: minaccia esterna, resistenza, vittimizzazione", senza alcun accenno alla crisi interna che vivono i cubani.
La terza, sulla sicurezza personale del governante, le sembrò a Escobar "quasi priva di senso" e "completamente scollegata dalla realtà che vive il paese", quando sarebbe stato più pertinente chiedere dei prigionieri politici, della repressione o della censura, tutto ciò documentato dalla società civile e da organismi internazionali.
La quarta domanda, sul Partito Comunista di Cuba, è stata descritta come una che legittima il sistema invece di metterlo in discussione, omettendo l'elementare: perché non esiste pluralismo politico a Cuba.
La quinta, sulla resistenza di Cuba, è stata segnalata come un'altra opportunità per la "narrativa epica della resistenza", senza chiedere, ha sottolineato Escobar, "resistere a chi? Al potere o alla gente che non ha libertà, luce, cibo né futuro?"
La giornalista è stata chiara nel sottolineare che l'assenza totale di domande su proteste, prigionieri politici, blackout o esodo di massa non è stata un incidente: "Si legge sul viso che non è una svista. È una decisione editoriale".
Escobar ha paragonato il lavoro di Newsweek con l'intervista che il politico spagnolo Pablo Iglesias ha realizzato a Díaz-Canel a marzo, sottolineando il medesimo modello dell'intervista che Pablo Iglesias ha realizzato a Díaz-Canel: "quando un potere non è messo in discussione, non è intervistato, è amplificato".
La critica arriva in un momento in cui Cuba sta attraversando una grave crisi umanitaria: secondo Prisoners Defenders, ci sono 1.214 prigionieri politici nel paese, un numero record, mentre i blackout arrivano fino a 20 ore al giorno dopo il blocco delle spedizioni di petrolio ordinato dall'amministrazione Trump a partire da gennaio.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha risposto con disprezzo alle dichiarazioni di Díaz-Canel nell'intervista: "Non penso molto a quello che ha da dire."
Escobar ha concluso il suo intervento con una riflessione sulla responsabilità giornalistica: "In un paese dove i cittadini non possono parlare liberamente senza pagare un alto prezzo, il giornalista che arriva con il privilegio di essere 'accreditato' o 'autorizzato' ha ancora più responsabilità e qui è mancato l'essenziale: incomodare il potere".
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