"Tu non puoi parlare di Cuba perché non ci hai vissuto": un cubano confronta un comunista argentino e chiarisce la realtà dell'Isola

Comunista argentino ed emigrato cubanoFoto © Captura di video di X / ElBuni

Un acceso teso di discussione su Cuba in un programma di dibattito politico argentino ha messo di nuovo sul tavolo la profonda disconnessione tra alcuni discorsi ideologici all'estero e la realtà che vivono milioni di cubani all'interno dell'Isola.

Il dibattito, trasmesso sul canale di YouTube BorderPeriodismo, ha riunito Francisco Escolar, attivista di sinistra argentino, e Roberto Bouli, artista e insegnante di danza che ha vissuto a Cuba fino all'età di 28 anni.

Sin dall'inizio, lo scambio ha messo in evidenza due visioni completamente opposte sulla situazione nella nazione caraibica.

Mentre Escolar insisterà nel ritenere responsabili gli Stati Uniti e Donald Trump per la crisi cubana, Bouli ha risposto con fermezza, basandosi sulla sua esperienza personale.

In uno dei momenti più incisivi dello scambio, il cubano ha chiarito la sua posizione: "Non dare la colpa agli Stati Uniti, fratello mio... io sono cubano e ho la mia famiglia là", una frase che è diventata rapidamente virale ed è stata celebrata da molti utenti sui social media.

L'argentino, da parte sua, ha sostenuto che l'embargo statunitense è il principale responsabile della precarietà a Cuba, arrivando addirittura ad affermare che Washington "sta violando i diritti umani del popolo cubano" e che mantiene il paese senza energia né risorse di base.

Tuttavia, Bouli ha smontato quel argomento facendo riferimento all'esperienza diretta, un aspetto che ha segnato il tono del dibattito.

"Non venire a parlarmi di diritti umani o di politica internazionale, parlami di Cuba... tu non puoi parlare di Cuba perché non ci hai vissuto. Di Cuba non sai niente", ha sottolineato.

Il cubano ha anche affrontato un punto particolarmente delicato: la repressione all'interno del paese.

In una testimonianza che ha aumentato la tensione, ha denunciato: "Io, come cittadino cubano, essendo a Cuba, se non sono d'accordo con il governo di Cuba, sai cosa mi fanno? Mi fanno sparire, come hanno fatto sparire migliaia di cubani".

Nel corso del dibattito, Bouli ha insistito sul fatto che la radice del problema cubano non si trova all'esterno, ma all'interno del sistema politico stesso impiantato dal 1959.

Assicurò che il paese è stato invaso da quando è arrivato Fidel Castro nel '59, quando è finita la prosperità e si è instaurato un sistema che limita le libertà fondamentali e condiziona la vita dei suoi cittadini, al di là di qualsiasi fattore esterno.

L'argentino, al contrario, ha spostato il dibattito verso una critica frontale a Trump, che ha definito pedofilo, paragonandolo a Hitler, e ha anche espresso timori riguardo a una possibile intervento statunitense a Cuba.

Questa posizione è stata rapidamente messa in discussione da Bouli, che ha respinto quella narrativa e l'ha considerata scollegata dalla realtà del paese. "Innanzitutto non sei un veggente, ciò che farà gli Stati Uniti con Cuba, nemmeno lo sai, cominciando da lì", ha sottolineato.

Il dibattito, lontano dall'essere un semplice scambio televisivo, ha messo in luce una frattura più ampia: quella che esiste tra coloro che analizzano Cuba dalla teoria politica o dall'attivismo ideologico, e coloro che hanno vissuto direttamente le conseguenze del sistema nell'Isola.

Sui social media, il video ha generato migliaia di reazioni. Molti sostengono l'intervento del cubano, evidenziando l'importanza di ascoltare chi ha subito in prima persona la situazione del paese. Altri, invece, difendono la posizione dell'argentino, mantenendo l'attenzione sulla politica estera statunitense.

Oltre alle posizioni, questo momento ha servito a mettere in evidenza una discussione ricorrente in America Latina: chi ha l'autorità di parlare su Cuba e da quale luogo si costruiscono i racconti sulla sua crisi.

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Redazione di CiberCuba

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