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Il governante cubano Miguel Díaz-Canel è riapparso questo sabato con una uniforme verde oliva, espressione seria e un fucile da museo a pochi metri, in un atto militare a Tamarindo, municipio Diez de Octubre, come parte del terzo “Giorno Nazionale della Difesa” del mese.
La scena, più simile a un film degli anni '80 che a un paese in crisi, cercava —secondo Presidencia— “di elevare la preparazione del popolo sotto il concetto della Guerra di Tutto il Popolo”.
Circondato da generali di corpo d'armata, ministri dell'Interno e delle Forze Armate, e da un gruppo di vicini reclutati per l'occasione, Díaz-Canel ha cercato di trasmettere fermezza di fronte a quella che ha descritto come una "crescente aggressività dell'imperialismo".
In realtà, la giornata è sembrata più una fiera di armi e idee ossidate che un esercizio tattico: fucili AKM di mezzo secolo, maschere antigassedella “guerra di trincea” e un paio di teloni improvvisati hanno fatto da scenografia per il nuovo “bollettino di guerra” del Partito Comunista.
“Ogni cubana e cubano deve avere una forma, un luogo e un mezzo per la difesa”, sentenziò il maresciallo di campo e primo segretario del PCC, mentre i presenti —tra cui diversi civili con volti da domenica— sorreggevano “mezzi” che a malapena sopravviverebbero a una raffica d'aria.
I notiziari ufficialisti, tuttavia, hanno presentato l'attività come una prova di “unità rivoluzionaria” e “preparazione combattiva di fronte a qualsiasi aggressione straniera”.
Il “mariscal di campo di Tamarindo”, come lo hanno soprannominato gli utenti sui social media, non sembrava particolarmente entusiasta: le foto ufficiali lo mostravano serio, quasi assente, mentre ascoltava spiegazioni su pezzi di armamento che potrebbero stare meglio in un museo.
Intorno a lei, la gerarchia militare sorrideva con disciplina, forse consapevole che la vera battaglia che affronta il paese non si combatte con fucili, ma con blackout, scarsità e noia.
In parallelo, mentre Cuba vanta esercizi simbolici, gli Stati Uniti continuano il loro dispiegamento tecnologico e strategico nei Caraibi, rafforzando la loro presenza aerea e navale dopo la cattura di Nicolás Maduro.
La distanza tra i due scenari non potrebbe essere più eloquente: da un lato, droni, satelliti e portaerei; dall'altro, discorsi riciclati e miliziani con fucili di legno.
Con questa nuova giornata di “difesa popolare”, il regime tenta di proiettare controllo e coesione. Ma quello che si è visto a Tamarindo è stato altro: una messa in scena di potere in declino, un rito sempre più vuoto dove il nemico immaginario serve, ancora una volta, a distrarre dalla vera fame e dalla noia di un altro fine settimana di blackout.
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