Díaz-Canel afferma che Cuba supera gli Stati Uniti "nei risultati sociali", nonostante l'entità della crisi nazionale



Miguel Díaz-Canel durante il suo interventoFoto © Captura de video Facebook / Canal Caribe

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Nel recente Pleno del Partito Comunista (PCC) a L'Avana, Miguel Díaz-Canel ha di nuovo fatto riferimento a una delle comparazioni più ricorrenti e contestate del discorso ufficiale: l'idea che "in 65 anni Cuba ha ottenuto risultati sociali che gli Stati Uniti non hanno"

La frase, pronunciata nel contesto del riconoscimento ufficiale della crisi urbana, sanitaria ed energetica del paese, ha rivelato non solo la disconnessione del governo dalla realtà, ma anche il tentativo del regime di inquadrare il collasso nazionale come una presunta superiorità morale nei confronti di Washington.

Díaz-Canel ha utilizzato il paragone come scudo retorico di fronte al deterioramento visibile del sistema socialista. Mentre i trasporti, l'abitazione, la sanità e l'economia mostrano segni di un collasso irreversibile, il primo segretario del PCC ha richiamato il vecchio argomento dei “risultati sociali” per sostenere la narrazione di resistenza contro l'“impero”.

La menzione agli Stati Uniti non è stata casuale: ogni volta che la crisi interna raggiunge livelli impossibili da nascondere, la stampa ufficiale risponde con una svolta ideologica che cerca di ripristinare il nucleo della conflittualità esterna.  

In questa occasione, l'appello al "modello alternativo" cubano è servito per evitare qualsiasi menzione alla scarsità, ai blackout, all'inflazione o all'esodo massivo. Ciò che il governo ha presentato come "risultati sociali" —senza numeri, senza evidenze e senza contesto— mira a sostenere l'idea di una Cuba eroica, bloccata ma moralmente superiore.

Tuttavia, il contrasto con la vita reale è schiacciante: ospedali senza forniture, scuole semidiroccate, interi quartieri senza acqua né elettricità e una popolazione che sopravvive con file, baratti e rimesse.

Più che un argomento politico, il confronto con gli Stati Uniti funge da atto di distrazione strategica, rivolto sia alle basi del Partito che all'opinione pubblica internazionale.

Mentre le istituzioni si sgretolano, il discorso ufficiale insiste nel misurare il fallimento interno con un metro esterno, come se il deterioramento quotidiano dell'isola potesse essere relativizzato evocando i mali di un altro paese.

In realtà, l'affermazione di Díaz-Canel conferma l'esaurimento di una retorica che nemmeno i suoi sostenitori riescono più a trovare convincente.

Quando il potere ricorre a confronti impossibili, ciò che tenta di nascondere non è una differenza ideologica, ma un vuoto di risultati. E quel vuoto —economico, politico e morale— definisce oggi la Cuba del 2026 più di qualsiasi nemico straniero.

La manipolazione del mito socialista e la realtà degli indicatori

Il discorso di Díaz-Canel, che intende posizionare Cuba al di sopra degli Stati Uniti in termini di "risultati sociali", si sgretola di fronte a qualsiasi confronto con i dati internazionali più elementari.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), l'Indice di Sviluppo Umano (ISU) colloca gli Stati Uniti al 20° posto (0,927) e Cuba al 97° (0,764).  

L'isola si avvicina in termini di speranza di vita, ma rimane indietro in anni di scolarizzazione e risultati educativi. Anche nell'uguaglianza di genere, il contrasto è rivelatore: Cuba mostra un'alta rappresentanza femminile nel Parlamento —oltre il 55 %— ma l'Indice di Disuguaglianza di Genere (GII) la colloca sotto gli Stati Uniti, con gap maggiori nelle opportunità e nella partecipazione reale.

La differenza diventa abissale quando si osservano gli indicatori di libertà e diritti civili.

Secondo Freedom House, gli Stati Uniti sono un paese "Libero", con 83/100 punti, mentre Cuba raggiunge appena 12/100, classificata come "Non Libera". E nell'Indice di Libertà di Stampa di Reporters Sans Frontières (RSF), l'isola figura tra i 15 peggiori paesi del mondo (posto 165/180), in contrasto con il 57/180 degli Stati Uniti. 

L'insistenza del regime in queste comparazioni non cerca di informare, ma di creare un'illusione di superiorità morale che gli consenta di giustificare il crollo economico e sociale attuale.

In un paese dove gli ospedali sono privi di antibiotici, le interruzioni di corrente paralizzano la vita quotidiana e l'emigrazione raggiunge cifre record, la retorica delle "conquiste sociali" funge da sedativo ideologico per una popolazione esausta.

Desde gli anni del dittatore Fidel Castro, la narrativa della cosiddetta “rivoluzione” si è sostenuta sull'idea che “soffrire in nome della giustizia” conferisce legittimità politica.  

Oggi, Díaz-Canel cerca di riattivare quel racconto di fronte a uno scenario che non ammette più scuse: la povertà strutturale, il collasso dei servizi pubblici e la totale perdita di fiducia nelle istituzioni.

Il ricorso al confronto con gli Stati Uniti svolge due funzioni: mantenere viva la narrazione del "nemico esterno" e distrarre l'attenzione dai fallimenti interni. In un contesto di crisi totale —economica, energetica, sanitaria e morale—, il regime fa appello alla nostalgia di un passato mitificato che ormai non regge più alla realtà.

Il contrasto tra i dati reali e la propaganda non solo rivela una manipolazione sistematica, ma anche un sintomo di debolezza politica: quando un governo ha bisogno di confrontarsi con il suo avversario storico per giustificare la propria sopravvivenza, è perché ha perso la capacità di offrire risultati propri.

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