La segretaria della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Kristi Noem, ha assicurato che 2,6 milioni di immigrati irregolari hanno lasciato il paese da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, come risultato della nuova offensiva migratoria promossa dalla sua amministrazione.
In un video pubblicato sull'account ufficiale del Governo nella rete sociale X, Noem ha dettagliato che 650.000 persone sono state arrestate, detenute e deportate, mentre circa due milioni hanno optato per l'autodeportazione, a causa dell'inasprimento delle politiche migratorie e dell'aumento delle operazioni federali.
La cifra è stata presentata come un traguardo dall’amministrazione Trump, che già a novembre proclamò di aver raggiunto la maggiore riduzione della popolazione straniera negli Stati Uniti in oltre 50 anni, facendo leva su deportazioni di massa, pressione legale e un rafforzamento estremo del controllo delle frontiere.
Tuttavia, il dato rivela anche una contraddizione strutturale. Mentre la Casa Bianca celebra ciò che descrive come una “restaurazione dell'ordine”, diversi settori economici affrontano scarsità di manodopera, perdite milionarie e difficoltà nel mantenere attività chiave come l'agricoltura, l'edilizia, i servizi e l'ospitalità.
Analisti avvertono che la drastica riduzione del flusso migratorio espone la dipendenza storica del paese dai lavoratori immigrati, una realtà che l'attuale strategia sembra ignorare. Anche se la politica migratoria può generare vantaggi politici a breve termine, apre anche un vuoto che né il mercato del lavoro né il governo stesso hanno dimostrato di poter coprire.
L'offensiva migratoria di Trump ridefinisce il panorama demografico del paese, ma lascia aperte interrogativi sul suo impatto economico e sociale nel medio e lungo termine.
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