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La notizia dell'attacco al Venezuela e la partenza forzata di Nicolás Maduro dal potere hanno scatenato un'ondata di reazioni tra i cubani dentro e fuori dall'isola.
In social media, especially on Facebook, opinions have multiplied, ranging from those who feel relief at the fine di un dittatore alleato del castrismo to those who anxiously warn that no bomb can bring democracy.
Per molti cubani segnati da decenni di autoritarismo, il primo impulso è stato emotivo. La caduta di Maduro è stata interpretata come una crepa in un blocco di potere che comprende anche Miguel Díaz-Canel, Daniel Ortega e Vladimir Putin.
Alcuni hanno celebrato ciò che è accaduto con ironia e sarcasmo, convinti che la retorica antiimperialista del chavismo e del regime cubano sia tornata a mostrarsi nuda di fronte alla mancanza di una risposta reale. In quei messaggi appare una miscela di sfogo e rivalsa simbolica, alimentata da anni di esilio, povertà e promesse infrante.
“Maduro è stata una delle peggiori caricature di dittatore prodotte dall'America Latina”, ha scritto l'intellettuale cubano José Manuel González Rubines, che ha definito la sua uscita dal potere “una buona notizia”. Tuttavia, nello stesso messaggio ha chiarito la sua preoccupazione per il metodo: “Il fatto che la sua uscita sia avvenuta tramite un'operazione militare di una potenza straniera non lo è.”
Quell'ambivalenza si è ripetuta in molti commenti. Per alcuni cubani, il bombardamento ha riacceso vecchi timori storici. Il comico Ulises Toirac è stato categorico: “No. Non applaudo nessuna invasione. Né quella dell'Ucraina, né quella del Venezuela. Nessuna. La gente paga per gli ideali dei politici”.
Nella stessa linea, lo scrittore Jorge Fernández Era ha avvertito che “non si può dare lustro alla scarpa che un giorno può schiacciarti”, confrontando quanto accaduto con altri episodi di violenza celebrata successivamente.
Ma non tutti hanno guardato l'evento dalla stessa angolazione. In mezzo alla stanchezza accumulata da decenni di autoritarismo, ci sono stati cubani che hanno difeso l'intervento come un'uscita estrema di fronte a regimi che non abbandonano il potere tramite vie pacifiche.
“La democrazia non inizia con le elezioni: inizia con l'estirpazione del dittatore”, scrisse Nora Núñez, che ricordò che nei sistemi totalitari “il crollo raramente avviene senza una forza esterna o senza violenza”.
Lo specchio cubano è emerso più e più volte nel dibattito. Da L'Avana, l'artista LaSai Dela Vida ha condiviso l'immagine di un angolo crollato e ha lanciato una riflessione che ha risuonato con forza: “A Cuba non è stato lanciato un missile e sembra che sia in guerra con i suoi dirigenti”. Per lei, la violenza non inizia con una bomba, ma “quando un popolo cade senza che si notino gli attacchi silenziosi anno dopo anno”.
Ci sono stati anche coloro che hanno celebrato quanto accaduto senza sfumature, con sarcasmo e liberazione. “Finalmente è arrivato quel giorno in cui le luci di Nicolás Maduro, Vladimir Putin e Miguel Díaz-Canel sono state spente”, ha scritto Jorge Enrique Rodríguez, convinto che il sostegno di Mosca e L'Avana sia ridotto a “abbaiare che non morde mai”.
Altri, invece, hanno chiamato alla cautela. Il giornalista José Raúl Gallego ha ricordato che il potere reale del chavismo rimane intatto e che “le dittature di DNA castrista non lasciano il potere, si aggrappano e guadagnano tempo”. A suo avviso, se il male “non viene estirpato alla radice, tende a mutare o a riprodursi”.
Tra la paura della guerra e l'esasperazione di fronte alle dittature, il dibattito ha messo in evidenza una verità scomoda: per i cubani, il Venezuela non è solo una notizia internazionale, ma un riflesso delle proprie ferite, aspettative e dilemmi.
Come ha scritto uno degli utenti, “la libertà che qualcuno ti concede non è vera libertà”, ma la domanda che resta senza risposta è quanto dolore costi raggiungerla.
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