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Una riflessione dello scrittore cubano Jorge Fernández Era sulla cattura del presidente Nicolás Maduro avvenuta questo sabato da parte delle forze statunitensi ha aperto un acceso dibattito tra i cubani, definendo l'operazione un atto terroristico e mettendo in discussione il fatto che una potenza straniera decida il destino del Venezuela.
In un post intitolato Tinta rapida, pubblicato sul suo profilo di Facebook, Fernández Era ha condannato l'operazione militare degli Stati Uniti che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, considerandola un atto terroristico eseguito da un governo che si comporta come “proprietario del mondo”.
L'autore ha sostenuto che, anche nel caso di un dittatore, spetta ai venezuelani decidere il proprio destino politico e non a un intervento straniero.
Fernández Era ha sostenuto che non si tratta di un nuovo precedente, ma di una pratica storica del potere imperiale statunitense, e ha messo in discussione la narrativa epica costruita attorno all'operazione.
A suo avviso, l'assenza di una risposta militare visibile da parte delle forze venezuelane e la facilità con cui è avvenuta la cattura rafforzano l'idea di un'azione impunita e profondamente umiliante per la sovranità del paese.
Il testo ha anche criticato quella che ha definito come propaganda irresponsabile su un “popolo coraggioso e inquebrantabile” e ha messo in guardia sui rischi di legittimare la violenza esterna sotto l’escusa di abbattere dittature.
“Non si può dare lucentezza alla stivale che un giorno potrebbe schiacciarti,” concluse.
In egual modo, il comico cubano Ulises Toirac ha criticato l'azione armata che ha portato alla cattura e al trasferimento a New York di Maduro.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Numerosi commentatori hanno reagito con durezza, sottolineando che esigere da un popolo disarmato e represso di rovesciare da solo una dittatura equivale a una posizione etica astratta, disconnessa dalla realtà dei regimi totalitari.
Varii utenti hanno ricordato che in Venezuela sono state chiuse tutte le vie interne - elezioni, proteste, istituzioni - e che l'opposizione è stata incarcerata, esiliata o silenziata.
Altri hanno difeso l'intervento come l'unica via possibile dopo anni di repressione, frode elettorale e violazioni sistematiche dei diritti umani, e hanno qualificato la cattura di Maduro non come invasione, ma come liberazione.
Alcuni, addirittura, hanno adottato un approccio apertamente pragmatico: l'alternativa, hanno detto, era la continuità indefinita della dittatura.
Ci sono state anche voci che, pur non concordando con Fernández Era, hanno difeso il suo diritto di esprimere un'opinione dissenziente, sottolineando che una futura Cuba democratica dovrà imparare a convivere con criteri opposti senza linciaggi morali.
Lo scambio ha messo in luce una profonda frattura nel dibattito cubano, tra il rifiuto di principio di qualsiasi intervento straniero e la convinzione che certi regimi cadono solo attraverso la forza.
Una discussione che, al di là del Venezuela, rimanda inevitabilmente alla domanda scomoda che molti hanno posto nel contesto cubano stesso.
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