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Il medico cubano Reynaldo Verona Bonce ha tracciato un ritratto crudo di ciò che significa essere un professionista della salute nell'Isola, dove il sistema sanitario è segnato da un profondo deterioramento.
In un lungo ed emotivo messaggio pubblicato su Facebook in occasione della celebrazione della Giornata della Medicina Latinoamericana, Verona ha voluto denunciare la precarietà in cui operano gli specialisti del settore.
Ricordò che la società cubana era solita venerare i medici come figure rispettate e simbolo di orgoglio familiare.
Ma ora quel riconoscimento si è eroso in uno scenario dove la precarietà domina gli ospedali, la mancanza di forniture è costante e le difficoltà economiche colpiscono tutti gli aspetti della vita professionale e familiare.
Tuttavia, nonostante il contesto lavorativo sfavorevole, "molti continuano a restare lì".
Nel frattempo, per strada altri si chiedono se coloro che ancora si aggrappano ai loro camici bianchi siano nel pieno delle loro facoltà.
"La realtà oggi morde", scrisse, riferendosi a un clima in cui la cittadinanza esige risultati anche se i centri di salute sono da anni immersi nella carenza e nel deterioramento.
Il dottore critica, sebbene molti abbiano dimenticato i sacrifici assunti dal personale medico durante la pandemia di COVID-19, quando sono stati esposti e contagiati, gli operatori sanitari continuano a affrontare condizioni estreme.
"Sono senza dubbio i più sacrificati, coloro che per più tempo hanno studiato e i peggio retribuiti," ha sottolineato.
Secondo quanto descritto, la scarsità di risorse, i salari insufficienti e il sovraccarico di lavoro hanno spinto parte della categoria a interrogarsi se valga la pena continuare nei propri posti, nonostante la propria vocazione.
Un sistema che punisce il medico
Il testo di Verona Bonce denuncia un modello: quando un trattamento fallisce, un intervento chirurgico viene rimandato o una procedura si protrae per mancanza di condizioni, la colpa ricade automaticamente sul medico.
A suo giudizio, la società non considera le carenze strutturali del sistema e preferisce responsabilizzare il professionista.
"Anche se non ci sono risorse negli ospedali, si allungano le procedure, non si rispettano le norme o la programmazione degli interventi chirurgici. Sarà sempre colpa del medico", ha messo in discussione.
"Invariabilmente verranno accusati di errori diagnostici, diranno che i trattamenti erano errati, che ci fosse pigrizia nelle decisioni, che fu negligenza o violazione dei protocolli", ha dettagliato.
Verona ha affermato che i medici diventano oggetto di attacchi, distorsioni e critiche, e devono affrontare persino sanzioni lavorative o procedimenti penali quando si verificano episodi tragici che spesso sfuggono al loro controllo.
Nella sua riflessione, lamenta che a Cuba quasi nessuno condivide le esperienze reali dei "batas bianche" né riconosce la durezza di un lavoro che implica giornate interminabili, notti senza riposo, sacrifici familiari e un profondo logoramento fisico e mentale.
"Nessuno vuole trovarsi nei suoi panni", afferma.
La vocazione di fronte all'abbandono
Nonostante la durezza delle sue parole, Verona Bonce descrive con ammirazione la resilienza del gremio.
Qualifica i medici come "incombustibili" che, anche in condizioni avverse, continuano a prendersi cura dei pazienti, guidati dalla soddisfazione di salvare vite.
Per lui, questa vocazione è così forte da sfiorare il "masochismo", perché il professionista continua anche quando l'ambiente lavorativo e sociale sembra rivoltarsi contro di lui.
Sottolinea anche che, dopo anni di studio e sacrifici personali, un medico non vive mai più allo stesso modo: porta con sé il dolore degli altri, rinuncia alla propria vita familiare e accetta che la sua casa sarà l'ospedale e che i suoi orari saranno dominati dall'urgenza.
In un tono critico, afferma che questa consegna infinita si trasforma in una sorta di "maledizione", perché neppure quando non sono in servizio smettono di esercitare il loro ruolo: vicini, amici e conoscenti li cercano costantemente per qualsiasi consulto o problema di salute.
Una professione senza riconoscimento in un paese in crisi
Il medico mette in dubbio il fatto che, nonostante il sacrificio storico della categoria, a Cuba nessuno costruisca monumenti né riconosca pubblicamente i professionisti brillanti.
Le sue contribuzioni cadono nell'oblio, come se il lavoro medico fosse un obbligo silenzioso piuttosto che un'attività fondamentale per la società.
Il suo messaggio, intitolato simbolicamente "La maledizione", si conclude con un'idea che riassume la sua posizione: nonostante l'abbandono, la scarsità e l'usura, se avesse l'opportunità di rinascere, sceglierebbe nuovamente la medicina.
Una dichiarazione che contrasta con la realtà di un sistema sanitario devastato, dove lo Stato richiede sacrificio senza offrire le condizioni minime per esercitare la professione.
Con la sua pubblicazione, Verona Bonce non ha solo fatto gli auguri ai suoi colleghi nel loro giorno, ma ha anche messo in luce un profondo reclamo: a Cuba, i medici - formati per anni e responsabili di sostenere un sistema in crisi - continuano a essere eroi, anche se il paese che dovrebbero servire li ignora, li sfrutta e li incolpa per errori che lo stesso governo si rifiuta di assumere.
Migliaia di medici in meno
Cuba ha perso 30.767 medici in soli tre anni, passando da 106.131 medici registrati nel 2021 a 75.364 nel 2024, secondo i dati pubblicati questa settimana dall'Ufficio Nazionale di Statistica e Informazione (ONEI).
Il crollo, riconosciuto dalla stessa istituzione statale nei suoi reporti statistici, conferma una contrazione accelerata del personale medico in mezzo al deterioramento del sistema sanitario, segnato dalla mancanza di risorse, dalla carenza di farmaci e dall'esodo di professionisti.
Il dato appare nella sezione pubblicata dall'ONEI in occasione della Giornata della Medicina Latinoamericana, dove si precisa anche che nel 2024 l'Isola contava 5.399 medici in meno rispetto al 2023 (quando sono stati segnalati 80.763) e 10.199 in meno rispetto al 2014 (con 85.563).
Questo riflette una tendenza sostenuta al ribasso dopo il picco del 2021, anno che la stessa ONEI identifica come quello con il maggior numero di medici nel paese.
Il retrocesso non si limita ai medici. Le statistiche ufficiali indicano che il personale totale del settore sanitario - che include stomatologi, infermieri, tecnici e altri laureati - ha subito anch'esso una notevole diminuzione nel 2023, registrando 248.512 lavoratori, 32.586 in meno rispetto al 2022.
Questo deterioramento della forza lavoro sanitaria coincide con la crisi ospedaliera successiva alla pandemia e con l'uscita di professionisti del settore, sia per emigrazione che per l'abbandono della medicina verso altri mestieri come via di sopravvivenza, in un contesto in cui, secondo il bilancio stesso riportato nel rapporto, molti lavoratori sono "esauriti, mal pagati e senza speranza".
Alla contrazione del personale si somma la riduzione delle capacità materiali.
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