Comercio Interior mette all'asta locali in stato di degrado all'Avana a causa della propria incapacità di gestirli



Il regime privatizza caffetterie, macellerie e bar di fronte al collasso del commercio statale e così si libera delle sue responsabilità.

Due dei locali che saranno messi all'asta a L'AvanaFoto © Portal de Ciudadano de La Habana

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La Empresa Inmobiliaria del Comercio Interno di La Habana ha annunciato sul suo sito web l'inizio di un processo di appalto per locali statali, un meccanismo che il governo presenta come un modo per "garantire trasparenza e partecipazione" nella gestione del commercio.

Tuttavia, la misura arriva in un contesto in cui le stesse autorità hanno riconosciuto che lo Stato è incapace di sostenere e rivitalizzare la sua vasta rete di istituzioni, oggi deteriorate, inattive o incapaci di fornire servizi elementari.

Il processo rimarrà aperto per soli dieci giorni lavorativi, fino al 28 novembre, e richiede ai concorrenti di presentare progetti completi e sigillati presso l'ufficio centrale, situato nel comune di Plaza de la Revolución, o presso le sedi territoriali di Marianao, La Lisa e Cotorro.

I candidati dovranno presentare dati personali, budget, nome del progetto e una proposta di lavoro in caso di ristrutturazione o investimenti che comportino trasformazioni dell'immobile.

Le basi, conosciute come bandi di gara, potranno essere consultate fisicamente solo in quegli uffici, un ulteriore riflesso della burocrazia che caratterizza i processi statali e che, invece di facilitare la partecipazione, finisce per disincentivarla.

Dietro il linguaggio amministrativo, il bando di gara include un lungo elenco di locali che lo Stato non può più gestire.

Tra di esse compaiono piccole unità come la minuscola Los Veteranos, a Marianao, di poco più di cinque metri quadrati, e altre di dimensioni maggiori, come la caffetteria Siboney, a Cotorro, con oltre 215 metri quadrati.

Figurano anche esercizi in precedenza destinati ad attività basilari della vita pubblica - macellerie, caffetterie, self-service, osterie - tutti ora trasferiti a un mercato di sopravvivenza in cui l'amministrazione statale cerca di liberarsi di responsabilità senza assumere il fallimento di decenni di cattiva gestione.

Privatizzazione silenziosa e forzata

La licitazione attuale non è un fatto isolato, ma fa parte di una tendenza in cui lo Stato cubano, invece di rendere trasparente il proprio collasso economico, trasferisce la gestione di locali pubblici a soggetti privati attraverso contratti temporanei, senza garanzie stabili, in un mercato che a malapena promette di recuperare l'investimento.

Nel giugno di quest'anno, l'Empresa de Gestión del Patrimonio S.A., legata all'Ufficio del Archivista di L'Avana, ha offerto spazi del Malecón come "opportunità unica" per gli imprenditori.

La convocazione è stata ricevuta con scetticismo generalizzato, tra accuse di improvvisazione, abbandono urbanistico e sospetti che i privati venissero utilizzati come forza di mantenimento gratuita, mentre lo Stato si disinteressava dei propri doveri.

Quella insoddisfazione non è emersa per caso.

Dal momento in cui l'Ufficio del Fontesore ha perso la propria autonomia economica ed è passato a dipendere da GAESA - un conglomerato militare che concentra tra il 40% e il 70% dell'economia legata alle valute, senza capacità di audit pubblico - è scomparso il modello di sviluppo urbano che contribuiva alla riabilitazione del Centro Storico.

Con meno risorse destinate alla conservazione e all'infrastruttura, la città si deteriora, mentre le iniziative private sono chiamate a sostenerla in condizioni sfavorevoli e con poche certezze legali.

Lo Stato ammette ciò che non può fare

Le licitazioni hanno interessato diverse istituzioni statali: dalla EGREM a Santiago di Cuba fino a spazi gastronomici dell'aeroporto internazionale Antonio Maceo.

A ciò si aggiungono i 300 stabilimenti del sistema di gastronomia statale che sono stati annunciati per l'assegnazione nel 2022.

In quel momento, la ministra del Commercio Interno, Betsy Díaz Velázquez, ha riconosciuto pubblicamente ciò che oggi si conferma con ogni nuova convocazione: lo Stato non può gestire il proprio commercio, e le unità che operano con maggiore autonomia o concessioni rendono meglio.

Mentre il governo lo presenta come un "cambiamento necessario", la realtà è ben più cruda: il deterioramento dei servizi pubblici ha costretto lo Stato a cedere spazi che ormai non può più gestire, lasciando ai privati il compito di sostenere ciò che esso stesso ha distrutto.

Invece di una politica integrale di sviluppo urbano e commerciale, ciò che emerge è una privatizzazione frammentata, improvvisata e con poche garanzie, dove la sopravvivenza economica diventa responsabilità dei cittadini.

Il nuovo processo di gara a La Habana si inserisce in questo contesto di urgenza e rinuncia travestita da opportunità.

Per coloro che aspirano a gestire i locali, la domanda non sarà solo quanto investire, ma quanto rischio sono disposti ad assumere in un'economia dove lo Stato si è riservato il diritto di fallire, e il cittadino, l'obbligo di riparare ciò che non funziona più.

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Redazione di CiberCuba

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