Morales Ojeda esalta la “medicina rivoluzionaria” di Fidel mentre Cuba affronta una crisi sanitaria

Morales Ojeda celebra la "medicina rivoluzionaria" di Fidel, mentre Cuba affronta una crisi sanitaria con ospedali al collasso ed epidemie fuori controllo, riflettendo il divario tra propaganda e realtà.

Spazzatura a CubaFoto © CiberCuba

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Il segretario dell'Organizzazione del Comitato Centrale del Partido Comunista de Cuba (PCC), Roberto Morales Ojeda, ha celebrato sui suoi social la “medicina rivoluzionaria” promossa da Fidel Castro, mentre lo stesso governo ammette che il paese sta attraversando una epidemia fuori controllo con migliaia di casi di dengue e chikungunya e ospedali sovraffollati.

En un messaggio su X, Morales Ojeda ha ricordato che “60 anni fa oltre 400 medici e odontoiatri festeggiarono la loro laurea nella Sierra Maestra insieme a Fidel. La medicina rivoluzionaria dava nuovi frutti. #CubaPorLaVida”, rivendicando quel atto come un punto di riferimento fondamentale del "modello sanitario" cubano nato dopo il 1959.

Un reportaggio del ufficialista Canal Caribe ha sottolineato che molti studenti non erano riusciti a laurearsi prima perché l'Università di Medicina era chiusa a causa della dittatura di Batista e che, dopo il trionfo di gennaio, un gran numero di professionisti della salute ha abbandonato il paese, costringendo a dare priorità alla formazione accelerata di nuovi medici e odontoiatri.

Nel suo racconto, diffuso in televisione nazionale, lo storico del regime Ventura Carballido ricorda che quella prima cerimonia di laurea si svolse nella Sierra Maestra, “un giorno come oggi, esattamente sei decenni fa”, e che Fidel salì con i neolaureati fino alle cime della montagna.

Il ricercatore holguinero ha raccolto i ricordi di quelle giornate in un libro intitolato “Cuesta Arriba con Fidel”, descritto come una “memoria collettiva di un istante indimenticabile nella storia della patria”, in cui i primi professionisti della salute formati dalla Rivoluzione sono saliti simbolicamente “fino al cielo di Cuba” per ricevere i loro diplomi.

Carballido ha descritto la salita come un percorso di cinque giorni "con un freddo tremendo", in condizioni difficili: il terreno bagnato, le pendenze scivolose, persone che cadevano, e la necessità che le milizie montane aiutassero molte dottoresse a salire.

Alcuni dei futuri medici non poterono raggiungere il Pico Turquino a causa di infortuni o perché erano “troppo pesanti”, e lo stesso Fidel ordinò di recuperarli in elicottero per portarli al campo, in modo che tutti fossero presenti alla cerimonia di laurea, celebrata infine al Pico Cuba.

L'ascesa ebbe, secondo il racconto, un forte componente simbolico. Non pochi medici avevano abbandonato il paese nei primi anni della Rivoluzione, il che creò un vuoto che "doveva essere colmato in breve tempo".

Fidel, secondo Ventura, tracciò allora il contrasto tra coloro che andavano "in discesa", quei medici che "se ne andarono all'inizio della rivoluzione cercando il paradiso americano", e quelli che andavano "in salita", coloro che rimasero.

Todos, dice, hanno rinunciato all'esercizio privato della professione e hanno giurato di "estendere il servizio medico rurale e promuovere una medicina" e l'odontoiatria preventiva in tutto il paese.

Tuttavia, l'esaltazione ufficiale di quell'epica contrasta con la realtà sanitaria attuale che lo stesso regime ha dovuto ammettere.

In un contesto descritto come di “epidemia fuori controllo”, il governo riconosce 38 municipi con trasmissione attiva di dengue, oltre 21.000 casi di chikungunya e focolai febbrili in 68 municipi, cifre che riflettono un'espansione nazionale delle malattie trasmesse da zanzare.

Invece di assumersi le responsabilità per la mancanza di prevenzione e di risorse, il governante Miguel Díaz-Canel è tornato a usare un tono trionfalista.

"Affrontiamo questa epidemia come abbiamo fatto con la COVID-19", ha dichiarato durante un incontro al Palazzo della Rivoluzione, una frase che, secondo l'analisi critica del testo stesso, "invece di ispirare fiducia, provoca brividi" in una popolazione che ricorda il caos, la censura e il segreto con cui è stata gestita la pandemia di coronavirus sull'isola.

Il rapporto ufficiale ammette la gravità del problema, ma insiste sul fatto che la situazione “è migliorata” nelle ultime settimane, un discorso che contrasta con ciò che descrivono come ospedali collassati, quartieri infestati da zanzare e famiglie che improvvisano trattamenti senza medicinali né adeguata assistenza medica.

Invece di riconoscere la mancanza di fumigazioni sistematiche, la scarsità di reagenti e la carenza di personale sanitario causata dall'esodo massiccio di medici e infermieri, il governo torna a caricare il peso della crisi sulla cittadinanza, appellandosi all'“indisciplina della popolazione” e alla “partecipazione comunitaria”.

La promessa di “affrontare l'epidemia come la COVID-19” è descritta in quell'analisi come quasi sarcastica, ricordando che quella gestione si è conclusa con morti non riconosciute, ospedali collassati, mancanza di ossigeno e repressione contro medici e cittadini che denunciavano la realtà.

Ora, si avverte, la storia si ripete “con nuove malattie e le stesse bugie”.

In questo contesto, l'elogio di Morales Ojeda alla “medicina rivoluzionaria” di Fidel e alla gesta simbolica del Turquino si percepisce come parte di una narrativa di autosufficienza ed epica storica, in un momento in cui la popolazione soffre direttamente gli effetti di una profonda crisi sanitaria, caratterizzata dalla mancanza di risorse, dal deterioramento del sistema, dal sovraccarico dei servizi e dal divario sempre più ampio tra la propaganda ufficiale e la realtà quotidiana della salute a Cuba.

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