
Un'analisi pubblicata questo mercoledì sul quotidiano spagnolo ABC avverte che l'assenza di richieste democratiche da parte dell'amministrazione Trump nei confronti del Venezuela potrebbe diventare l'argomento che spinge il regime cubano a negoziare un accordo con Washington in termini simili: senza condizioni politiche immediate.
Il giornalista Emili J. Blasco, specialista in America Latina, sostiene nella sua analisi che la questione cubana e quella venezuelana sono intrecciate da quasi trent'anni e che questa interdipendenza continua a influenzare l'attuale scacchiere geopolitico.
«La questione cubana e quella venezuelana vanno di pari passo. Lo hanno fatto negli ultimi quasi trent'anni e così continuano», scrive.
Il tema centrale dell'analisi ruota attorno a un precedente che La Habana osserva con attenzione: Washington ha riconosciuto formalmente Delcy Rodríguez come interlocutore del governo venezuelano nel marzo 2026, senza imporre un calendario elettorale democratico, nonostante il collasso dello Stato chavista.
Per Blasco, quella decisione invia un segnale permissivo al castrismo. «Se Washington avesse imposto un cronoprogramma elettorale a Delcy Rodríguez, all'Avana sarebbero più riluttanti a cedere alle pressioni statunitensi», sottolinea.
L'analisi coincide con il quinto anniversario delle proteste dell'11 luglio 2021, le maggiori manifestazioni contro il regime nella storia di Cuba, che il regime ha soffocato con una brutale repressione senza intraprendere riforme reali.
Blasco enumera le opportunità mancate: il ritiro di Fidel Castro nel 2008, quello di suo fratello Raúl, e il 11-J stesso, quando il regime avrebbe potuto rispondere con apertura ma ha scelto l'immobilismo e la repressione.
Il pacchetto di 176 misure economiche approvato a giugno 2026 include l'eliminazione del limite di 100 lavoratori per azienda, l'autorizzazione della banca privata, la possibilità per i cubani all'estero di investire nell'isola, l'istituzione di catene straniere di fast food e l'apertura di conti in valuta senza autorizzazione preventiva.
Tuttavia, Blasco avverte che quel pacchetto è stato approvato solo per pressione americana, non per convinzione propria del regime, e potrebbe rimanere «una semplice lista di buone intenzioni».
Un'altra segnale di allerta che identifica l'analista è la figura del negoziatore cubano. Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro e soprannominato «Il Granchio», dirige le trattative informali con Washington da febbraio 2026 senza occupare alcuna carica pubblica.
Blasco lo questiona apertamente: «Chi comanda a Cuba?», e aggiunge che «le spiegazioni fornite sul suo stile di vita e spese personali risultano grottesche», il che evidenzia, a suo parere, l'assenza di un sincero desiderio di conquistare la popolazione.
Il contesto storico evidenziato da Blasco è determinante: il chavismo ha trasferito a Cuba oltre 21.000 milioni di dollari in petrolio dal 2000, sostenendo il castrismo dopo il crollo sovietico.
Ora, con un chavismo riconfigurato sotto la tutela di Trump, il regime cubano potrebbe trovare in quel modello uno specchio in cui riflettersi.
«Il chavismo ha sostenuto un castrismo affondato finanziariamente dopo la caduta dell'URSS, e un 'chavismo' riconfigurato e garantito da Trump potrebbe servire da argomento per un castrismo con questa stessa variante», conclude l'analista.
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