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La giornalista Cristina Escobar ha pubblicato questo martedì un ampio testo su Facebook in cui attacca i cubani che supportano un intervento militare degli Stati Uniti sull'isola, in risposta a rapporti che indicano un aumento delle probabilità di un attacco statunitense a Cuba.
Il detonatore è stato un articolo di POLITICO che avverte sull'escalation delle tensioni con Cuba e sottolinea che l'amministrazione Trump sembra «sempre più disposta ad attaccare».
Quello scenario portò Escobar a rivolgersi direttamente a coloro che, da dentro e fuori l'isola, invocano un'azione militare come via per il cambiamento di regime.
«Non lo so, io, tra i blackout e la minaccia di una bomba sulla mia figlia di cinque anni, non mi concentro molto su queste cose riguardanti i cambiamenti di Cuba», scrisse la giornalista, stabilendo fin dall'inizio un tono personale ed emotivo.
Il suo messaggio si rivolge senza mezzi termini a quelli che definisce «enchuchadores de sofá, i coraggiosi di Facebook», a quegli artisti che «partono volontariamente dall’aeroporto e arrivano ai sobborghi dicendo di essere arrivati in esilio», e a coloro che, secondo lei, usano il discorso pro-cambiamento di regime per guadagnare notorietà: «se non si mettessero in mostra, le loro stesse madri dimenticherebbero i loro nomi».
Sulle conseguenze di un intervento armato, Escobar è stata diretta: «quando cadranno le bombe, quando moriranno bambini, quando un esercito straniero bombarderà e ucciderà persone che non hanno potuto decidere né per una cosa né per l'altra, su di voi ricadrà la responsabilità di ogni morte, di ogni perdita, di ogni disgrazia».
Ha anche avvertito: «Se consideri il popolo cubano come un danno collaterale, che ti è indifferente se muoiono affinché si realizzi ciò che pensi debba accadere qui, guardati dentro e spera che la bomba non cada su tua madre o su tua nonna. Da lì, non si torna indietro».
Di fronte all'argomento che la violenza sia l'unico modo, Escobar rispose con un ragionamento pragmatico: «per cambiare i governi è necessario essere vivi. Anche per rovesciare un regime occorre carburante, mangiare, luce», evitando, naturalmente, di definire Miguel Díaz-Canel come "tiranno".
Tuttavia, ricordare il caso venezuelano è rilevante in questo dibattito: il cambiamento politico in quel paese — compresa la caduta di Nicolás Maduro — si è verificato senza bombardamenti né intervento militare diretto, il che rafforza l'argomento di coloro che sostengono che la trasformazione è possibile senza violenza.
Il testo di Escobar si colloca in un momento di intensa polarizzazione tra i cubani.
Negli ultimi mesi, il dibattito sul futuro dell'isola si è polarizzato tra coloro che vedono nella pressione militare di Trump l'unica via d'uscita praticabile dopo decenni di dittatura, e coloro che rifiutano questa opzione per le sue conseguenze umanitarie.
In questo secondo gruppo si trovano spesso, sebbene per motivi diversi, sia i difensori del regime sia coloro che hanno criticato lo stesso governo cubano.
Escobar appartiene a quest'ultima categoria: è stata presentatrice della Televisione Cubana, ma nel 2025 ha lanciato dure critiche contro la stampa statale per la sua incapacità di informare con veridicità, e nel 2021 ha sottolineato che «la stampa cubana non ha coperto ciò che è accaduto» durante le proteste dell'11 luglio.
I suoi critici, tuttavia, la indicano come una voce funzionale al regime in un momento cruciale. Quindi non c'è da stupirsi se il suo approccio si concentri, ovviamente, sulla difesa soft del regime.
Escobar ha chiuso la sua pubblicazione con una frase che riassume tutta la sua argomentazione: «Chi desidera bombe su Cuba non ama i cubani. Tutto il resto è demagogia».
Pero certo, le sue parole non rappresentano coloro che oggi frugano nei rifiuti per sopravvivere a Cuba. Molti preferiscono rischiare un cambiamento piuttosto che rimanere intrappolati nello statu quo del regime. Per loro, e non per Escobar, la transizione è anche una questione di sopravvivenza.
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