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Un cubano identificato come Osiel Morales Díaz ha pubblicato su un testo che interroga direttamente la narrativa ufficiale del regime e ha risuonato con forza tra coloro che vivono la crisi sull'isola: «Qual è il senso di passare tutta la vita a resistere a blackout, scarsità, privazioni e disperazione?»
Il messaggio non attacca il governo frontalmente, ma formula una domanda esistenziale: «Supponiamo che la mia vita duri 60 anni… a che pro vorrei viverli tutti semplicemente sopportando? Per sopravvivere o per vivere?»
Moreno distingue con precisione tra due concetti che il discorso ufficiale ha deliberatamente confuso: resistere e vivere.
«Resistere, quando non esiste un orizzonte, può trasformarsi in una prigione silenziosa. Il tempo passa, la giovinezza svanisce, i sogni invecchiano, e si inizia a chiedersi se si è nati per costruire una vita o solo per abituarsi all'oscurità», scrive.
Il testo acquista un peso particolare perché interpella direttamente il concetto di «resistenza creativa» che Miguel Díaz-Canel ha reso la bandiera ideologica del regime.
Il 2 gennaio 2026, Díaz-Canel ha invocato «67 anni di resistenza creativa» per commemorare l'anniversario della Rivoluzione, e ha ripetuto l'espressione in atti e interviste nel corso dell'anno.
Il 30 marzo, durante la Giornata Nazionale della Difesa, il regime ha esortato i cubani a cucinare con carbone vegetale e legna in seguito a blackout di 15 ore, presentando questa precarietà come parte della «resistenza».
Di fronte a quel racconto, Morales Díaz risponde con chiarezza: «Resistere ha senso solo quando protegge qualcosa di superiore: la dignità, la famiglia, la speranza, la possibilità di un futuro diverso. Ma quando resistere diventa una condanna permanente, cessa di essere forza e inizia a sembrare rassegnazione».
L'autore sottolinea anche che il problema va molto oltre i blackout: «Non si tratta solo della mancanza di elettricità. È qualcosa di molto più profondo: la sensazione che l'esistenza possa consumarsi nell'attesa. Nell'attesa che migliori, nell'attesa che cambi, nell'attesa che arrivi ciò che non arriva mai».
Il messaggio emerge nel momento peggiore della crisi multidimensionale cubana degli ultimi decenni: interruzioni di corrente fino a 20 ore al giorno con un deficit elettrico superiore a 1.900 MW, il 89% della popolazione in povertà estrema, l'80% con insicurezza alimentare severa, uno stipendio medio di appena 16 dollari mensili e solo il 30% dei farmaci essenziali disponibili.
A questo quadro si aggiunge un esodo storico: Cuba ha perso più di 1,4 milioni di abitanti tra il 2020 e il 2024, circa il 20% della sua popolazione totale.
Il post di Morales Díaz si unisce a un crescente movimento di voci che rifiutano la rassegnazione travestita da virtù rivoluzionaria.
Questo lunedì, il creatore cubano @arguellespositivo ha pubblicato un video in cui riconosce: «So che non c'è vita, che non ci sono opportunità, che non c'è nulla, non c'è cibo, non c'è lavoro, non c'è acqua, non c'è corrente».
«Nessuno dovrebbe accontentarsi di esistere in modalità sopravvivenza. La vita umana non è stata fatta solo per resistere; è stata anche fatta per sognare, creare, progredire, amare e scegliere», conclude Morales Díaz, prima di chiudere con la frase che riassume l'esaustione di una generazione: «Perché resistere per tutta una vita senza viverla non può essere il destino naturale di nessun essere umano. Mi dispiace… ma io non ce la faccio più».
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