«Hanno cercato di confonderla per farla firmare»: testimonianza sulla raccolta di firme del regime scatena critiche



Campagna di sostegno al regime raccoglie firme di cubaniFoto © Cubaperiodistas

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Una donna è andata a prendere il pane al negozio e in quel momento hanno cercato di ingannarla affinché firmasse il documento di adesione alla campagna «La Mia Firma per la Patria», come denunciato dal giovane cristiano David Espinosa sui social media.

«La bassezza che stanno mostrando con quella firma 'per la patria' è incredibile. Oggi una sorella mi ha raccontato che, andando a prendere il pane, hanno cercato di confonderla per farle firmare. Qualcosa che dovrebbe essere un atto volontario e consapevole, lo stanno ottenendo attraverso pressione e inganno. ¡Ripugnanti!», ha scritto.

La denuncia risulta particolarmente significativa perché dimostra che la campagna ha oltrepassato gli spazi istituzionali per infiltrarsi nei momenti più fondamentali di sopravvivenza: la bodega, punto nevralgico dove vengono distribuiti gli alimenti razionati.

Facebook / David Espinosa

La campagna «La Mia Firma per la Patria» è stata lanciata dal Partito Comunista di Cuba il 19 aprile 2026, in coincidenza con il 65° anniversario della Battaglia di Playa Girón, con l'obiettivo di raccogliere milioni di firme entro il 1° maggio a sostegno della Dichiarazione «Girón è oggi e sarà sempre».

Sebbene il regime la presenti come un movimento spontaneo della società civile, è organizzata centralmente attraverso centri di lavoro, università e organizzazioni di massa come i Comitati di Difesa della Rivoluzione.

I commenti al post di Espinosa rivelano un modello di coercizione che si estende per tutto il paese.

«La firma è obbligatoria nei centri di lavoro, se non firmi sai già che finisci per strada e ti mettono piedi sopra per ridurti in miseria nei quartieri», ha avvertito un commentatore anonimo, in linea con le minacce di licenziamento documentate a Matanzas dal 21 aprile.

Un altro utente ha confermato che la raccolta di firme avviene anche a Santiago di Cuba: «Tremendo. Anche qui a Santiago».

Un feligrés ha riferito che nella sua chiesa sono state raccolte firme e che ha abbandonato il luogo, considerando di non ritornare dopo 12 anni in quella congregazione.

Un commentatore ha inoltre denunciato che «stanno dando 20 pesos in valuta nazionale a chi firma», il che evidenzia la difficoltà del regime nel ottenere adesioni volontarie.

La risposta dei cittadini sui social è stata chiara. Cubani da tutto il paese hanno risposto che la loro firma non è per sostenere le dittature, mentre altri hanno chiesto apertamente quando ci saranno firme per elezioni libere.

In Cárdenas, i residenti del blocco 4 si sono resistiti collettivamente a firmare nonostante le pressioni e le minacce velate da parte di emissari del regime.

Analisti indipendenti valutano la campagna di distrazione per deviare l'attenzione dalla peggiore crisi economica di Cuba in decenni: blackout prolungati, grave scarsità di cibo e medicine, e una contrazione del PIB del 23% dal 2019.

Un commentatore nel post di Espinosa ha riassunto con amarezza ciò che molti cubani sentono: «Fratello David, ho 51 anni e i miei nonni mi hanno raccontato che fin dall'inizio (1959) fino ad oggi utilizzano sempre lo stesso meccanismo. Dio benedica Cuba e ci liberi da questa dittatura».

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