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Il sacerdote cubano Alberto Reyes Pías ha pubblicato questo sabato sul suo profilo di Facebook un'altra edizione della sua consueta rubrica "Ho pensato", con una riflessione filosofica e politica in cui rovescia la logica del regime cubano su ciò che costituisce un reato.
Il parroco di Esmeralda, a Camagüey, sostiene che l'esercizio del potere trasforma il modo in cui i governanti vedono coloro che governano: possono considerare il popolo come persone da servire, oppure come qualcosa da controllare e sottomettere.
" forse per questo, a Cuba, manifestarsi è un reato", scrive Reyes. "È reato scendere in strada e protestare per la mancanza di cibo, di medicine, di acqua, di elettricità".
Da quella constatazione, il sacerdote lancia una serie di domande retoriche che mirano direttamente al regime: "E non è un reato sottoporre un popolo alla fame, alla miseria, al deterioramento della salute e persino alla morte per mancanza di medicinali?".
"Non è un reato sommergere un popolo in lunghe ore di blackout, nella perdita di quel poco che ha da mangiare, nella tortura di cucinare ogni giorno con carbone o legna?", continua.
Reyes mette anche in discussione il fatto che a Cuba sia reato rendere pubblici i volti dei repressori, mentre si perseguitano cittadini "che non hanno fatto altro che esprimere ciò che pensano".
Denuncia inoltre che le chiese necessitano dell'autorizzazione dell'Ufficio degli Affari Religiosi del Partito Comunista per svolgere qualsiasi atto pubblico, e che mettere in discussione le autorità sia considerato un crimine, mentre queste stesse autorità "mentono" e si nascondono "in modo stanco e ipocrita dietro al 'blocco'".
Il sacerdote sottolinea che a Cuba è reato chiedere un cambiamento di sistema e domanda: "E non è reato essere rimasti come unico sistema per quasi 70 anni e aver affondato il paese nella miseria materiale e umana, nella mancanza di orizzonti, nella rottura delle famiglie, in una vita disperante?".
Chiude la sua riflessione con una domanda che riassume tutto il testo: "Non è un reato la superbia, l'indifferenza, l'indolenza di vedere soffrire e morire un popolo e continuare a restare attaccati al potere, trasformando quest'isola in una prigione perenne?".
La risposta che lui stesso si dà è contundente: "Sì, è un reato, e si chiama reato di lesa umanità".
La pubblicazione è accompagnata da un'immagine con il messaggio: "Pensare in modo diverso non è un reato. Il reato è non lasciarti pensare in modo diverso".
Questa riflessione arriva mesi dopo che la Seguridad del Estado ha convocato Reyes insieme al Padre Castor José Álvarez Devesa per sottoporli a un "verbale di avvertimento". Lo stesso sacerdote confermò allora che l'obiettivo era avvertirli che le loro posizioni pubbliche potrebbero costituire, secondo loro, reati punibili dalla legge.
Nonostante questa pressione, Reyes ha continuato a pubblicare settimana dopo settimana. A marzo ha già avvertito i repressori che non è mai tempo di reprimere chi dice la verità né di colpire chi chiede libertà.
Il contesto in cui appare questa nuova riflessione è di crisi acuta: Cuba soffre di blackout di 20 ore al giorno, scarsità estrema di cibo e medicinali, e una repressione sistematica che ha portato a pene detentive per chi protesta.
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