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Il sacerdote cattolico cubano Alberto Reyes Pías ha pubblicato questo venerdì una nuova delle sue riflessioni "Ho pensato", in cui denuncia il danno generazionale che il regime ha inflitto alla società cubana e invita i genitori a rompere il ciclo di paura, simulazione e obbedienza forzata.
Nel testo, pubblicato nel suo profilo di Facebook, Reyes prende San José come riferimento spirituale per il popolo cubano, tracciando un parallelismo tra la vita del santo e la Cuba di oggi.
"San José visse un'epoca segnata dalla povertà e dalla necessità, dall'insicurezza e dal potere despota, dalla mancanza di diritti e di giustizia, poiché il paese era strutturato nelle mani di un'autorità che non conosceva limiti e che generava un ambiente di insicurezza e paura," ricordò.
Il nucleo del messaggio è una denuncia diretta all'eredità morale del castrismo: "Per generazioni siamo cresciuti nella menzogna, nella doppia morale, nella simulazione e nella paura. E questo ha bisogno di guarire".
Reyes identifica tre comportamenti concreti con cui i genitori cubani, molte volte senza rendersene conto, perpetuano questa eredità.
La prima: dire a un figlio di non esprimere ciò che pensa. "Quando diciamo a un figlio: 'fai attenzione, non dire ciò che pensi, non dire ciò che credi, dì ciò che dicono tutti…', lo stiamo insegnando a essere uno schiavo", scrive il sacerdote.
La seconda: tollerare o promuovere la loro partecipazione nei meccanismi di repressione del regime. "Quando permettiamo ai nostri figli di partecipare a un atto di ripudio, o li lasciamo integrarsi nelle brigate di risposta rapida, stiamo insegnando loro a essere intolleranti e violenti".
La terza: impedire loro di andare in Chiesa per paura. "Quando, per paura, impediamo ai nostri figli di andare in Chiesa, stiamo togliendo loro la maggiore forza che possono avere".
Il parroco camagüeyano avverte che il risultato di queste tre condotte è una generazione malata: "Stiamo facendo crescere i nostri figli malati".
E segna il probabile epilogo: i figli cresceranno sottomessi o emigrieranno. "Invecchieremo vedendo i nostri figli crescere sottomessi, a meno che i nostri figli non dicano: 'me ne vado da qui', e vadano a cercare altrove ciò che non gli abbiamo offerto".
Di fronte a questa diagnosi, Reyes propone una costruzione attiva: "Allo stesso modo in cui per anni si è costruita qui una società di menzogne, di ingiustizia, di paura e di sottomissione, così spetta a noi oggi costruire una società nuova, diversa, libera e, soprattutto, sana".
Reyes Pías, nato a Camagüey nel 1967, è parroco della diocesi di Camagüey. Ha subito censura, interrogatori e atti di ripudio per le sue omelie e i suoi scritti, ed è visto dal regime come una figura conflittuale all'interno della Chiesa Cattolica.
Nel corso del 2026, il sacerdote ha intensificato la sua attività pubblica: a gennaio ha espresso speranza che sia l'anno della libertà e del cambiamento e a febbraio ha chiesto alla sinistra internazionale di riconoscere che il modello cubano è stato un fallimento.
La settimana scorsa, in un'intervista con il quotidiano spagnolo El Mundo, ha spiegato che a Cuba c'è una sensazione condivisa che qualcosa debba accadere, ma che quel cambiamento non si concretizza. Parallelamente, aumentano le manifestazioni contro il regime, riflesso della pressione interna.
"Cuba è una pentola che può esplodere in qualsiasi momento", avvertì.
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