Sandro Castro: La stampa indipendente cubana ha creato un Mostro



Sandro CastroFoto © Captura di video Instagram / @sandro_castrox

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Sandro Castro non è un incidente. Non è nemmeno uno sconosciuto che un giorno ha deciso di mostrarsi sui social media. Ha un lignaggio, un contesto e una posizione all'interno della Cuba attuale.

L' "imprenditore", influencer di moda, "re della notte" o "principe delle tenebre" è figlio di Alexis Castro Soto del Valle, uno dei discendenti del dittatore Fidel Castro, ed è cresciuto nell'ambiente protetto di un'élite che per decenni ha predicato austerità mentre viveva al di fuori di essa.

Non occupa cariche pubbliche né ha responsabilità politiche visibili. Il suo posto è un altro: quello dell'erede senza rendere conto, diventato personaggio grazie alle sue buffonate su Instagram.

Ma Sandro Castro non si spiega solo per quello che ha fatto e fa. Si spiega, soprattutto, per come è stato raccontato. La cronologia è chiara.

Prima di approdare sui media, Sandro Castro era già presente sui social. Nel maggio del 2019 circolò una prima traccia attribuibile al giornalista indipendente Mario Vallejo, menzionato successivamente da vari media, anche se oggi non sempre risulta semplice verificare direttamente quel post originale.

El 21 settembre di quell'anno, già su un terreno documentale solido, Diario de Cuba pubblica il primo articolo verificabile in un media indipendente: il video in cui riempie il serbatoio della sua auto e dice “grazie a Dio” in mezzo a una crisi di carburante. Lì c'era già il nucleo del personaggio: privilegio, disconnessione e un'esibizione tanto naturale quanto provocatoria.

CiberCuba entra settimane dopo, il 2 novembre 2019, con una nota apparentemente minore: Sandro travestito da Batman per Halloween. Ma quel movimento è significativo. Il personaggio smette di essere solo un'anomalia legata al cognome Castro e inizi a essere trattato come contenuto.

Il punto di inflessione arriva il 27 febbraio 2021. Il video della Mercedes-Benz —il “juguetico”— definisce definitivamente la sua immagine pubblica. Da quel momento, Sandro smette di dipendere da un fatto puntuale e diventa una narrativa ricorrente. Non è solo ciò che fa, ma anche ciò che rappresenta ogni volta che appare.

E lì inizia il vero processo.

Durante gli anni successivi, la copertura dei media indipendenti cubani —con CiberCuba in testa per volume e continuità— trasforma ogni gesto in un ulteriore pezzo di un racconto in costruzione: feste, video, frasi, atteggiamenti, esibizioni.

Non c'è un grande evento dietro ogni titolo. Quello che c'è è ripetizione. Ma quella ripetizione non è neutra. Seleziona, amplifica e incornicia.

Sandro viene fissato, ancora e ancora, come simbolo di privilegio in mezzo alla crisi, come espressione di un'élite scollegata dal paese reale, come una presa in giro o provocazione costante per il cubano comune.

In parallelo, altri media come Diario de Cuba iniziano a introdurre una lettura più strutturata: non solo cosa fa Sandro, ma cosa significa la sua esistenza all'interno del sistema.

Così, quasi senza farsi notare, il personaggio cambia natura. Da individuo passa a categoria. Quando arrivano i profili internazionali, il lavoro è già fatto.

El País lo presenta come un nipote influencer che incarna le contraddizioni del castrismo tardivo. New York Times lo incorpora come simbolo di una Cuba dove il privilegio convive con la scarsità. CNN fa un passo ulteriore e lo siede di fronte alla telecamera, permettendogli di parlare di politica, economia e del paese.

Ma quel salto non crea il fenomeno. Lo conferma.

Sandro Castro non diventa rilevante perché è coperto dalla stampa internazionale; la stampa internazionale lo copre perché per anni è stato trasformato in un personaggio riconoscibile all'interno dell'ecosistema mediatico indipendente cubano.

Y è proprio a questo punto che sorge la domanda inevitabile: che cos'è esattamente Sandro Castro? 

Un outsider che deride il sistema dall'interno? O una figura funzionale agli interessi del regime e delle sue élite, tollerata o promossa perché canalizza la frustrazione senza mettere a rischio il potere?

La prima ipotesi lo presenta come un erede senza controllo, un prodotto fallito del racconto rivoluzionario che mostra senza filtri le contraddizioni del paese.

La seconda lo colloca come un'anomalia utile e strumento della Sicurezza dello Stato: qualcuno che distrae, che trasforma la critica in spettacolo e che opera con un'impunità impossibile per qualsiasi cittadino comune.

Probabilmente non sarà completamente nessuna delle due cose. Ma non è necessario che lo sia. Perché, dal punto di vista mediatico, il risultato è lo stesso. Sandro Castro funziona.

Funziona come simbolo di disuguaglianza. Funziona come contenuto. Funziona come scorciatoia narrativa per spiegare una realtà complessa in un'unica immagine: un cognome, un corpo, una macchina fotografica e un paese dietro.

E in questo funzionamento c'è una responsabilità condivisa.

Per anni, la stampa indipendente cubana ha fatto la cosa giusta nel mettere in luce la contraddizione rappresentata da Sandro Castro.

Ma in quel processo ha fatto anche qualcos'altro: lo ha trasformato in un personaggio stabile, riconoscibile ed esportabile. Lo ha seguito, lo ha amplificato e gli ha conferito una densità simbolica che oggi supera di gran lunga le sue azioni reali.

Non si tratta del fatto che i media abbiano inventato Sandro. Si tratta del fatto che lo hanno fissato. Lo hanno trasformato in una figura che non ha più bisogno di fare niente di straordinario per continuare a essere notizia.

In un paese attraversato da crisi profonde —economiche, sociali, politiche—, quel spostamento non è trascurabile. Perché quanto più spazio occupa un personaggio come Sandro Castro, tanto più si riduce lo spazio per altre storie che spiegano meglio ciò che sta accadendo a Cuba.

Perciò il problema non è Sandro. Il problema è la proporzione.

Sandro Castro non è la storia di Cuba. È appena una distorsione amplificata di quella storia. Ma in un ecosistema mediatico dove la ripetizione costruisce realtà, quella distorsione ha finito per acquisire un peso eccessivo.

Prima è stata una curiosità. Dopo, un simbolo. Ora è un prodotto esportabile. E il mondo lo consuma come se fosse Cuba.

In una dittatura in cui milioni di cubani affrontano la fame, la povertà, l'emigrazione forzata, la mancanza di diritti e l'agonia quotidiana, risulta difficile ignorare la disproporzione.

Mientras la realtà si frammenta in storie di blackout, repressione e esodo, un personaggio come Sandro Castro occupa uno spazio mediatico costante, reiterato, quasi inevitabile. Non è solo ciò che mostra, ma ciò che sposta: altre voci, altri conflitti, altre urgenze.

Y questo spostamento avviene in un momento particolarmente sensibile. Con la crescente pressione degli Stati Uniti sul regime e l'opacità delle conversazioni che si svolgono attorno a una possibile transizione, comincia a emergere una domanda scomoda: chi saranno gli interlocutori di questo futuro incerto?

In that scenario, the sustained appearance of figures with the surname Castro —but with an apparently more discreet or “normalized” profile— ceases to be a minor detail. The coverage by El País, The New York Times or CNN serves as clear indicators in this regard.

Sandro Castro, con il suo mix di frivolezza, esposizione costante e discorso ambiguo, finisce per collocarsi in quel punto cieco: non rappresenta una rottura, ma neppure riproduce il linguaggio classico del potere.

È, in ogni caso, una versione attenuata, disideologizzata, quasi banale del cognome più macabro della storia recente di Cuba. È lì che il fenomeno acquista un’altra dimensione.

Perché al di là di ciò che Sandro fa o dice, la sua presenza ripetuta nello spazio mediatico potrebbe contribuire - in modo consapevole o meno - a qualcosa di più profondo: il logoramento simbolico del cognome Castro e la sua possibile reintroduzione in uno scenario di cambiamento sotto forme più "pulite", meno conflittuali, più assimilabili dal "capitale", persino più esportabili.

E quindi la domanda smette di essere parte di una riflessione mediatica per diventare una preoccupazione politica. Non è più solo il perché si parli tanto di Sandro Castro, ma per che cosa.

Cuba si trova di fronte alla crocevia più importante della sua storia e noi cubani dobbiamo vedere riflesso il nostro dramma nei media indipendenti e internazionali attraverso le guanajerías dell'ultimo dei Castro.

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Iván León

Laureato in giornalismo. Master in Diplomazia e Relazioni Internazionali presso la Scuola Diplomatica di Madrid. Master in Relazioni Internazionali e Integrazione Europea presso l'UAB.