Muore Pánfilo, il cubano che chiedeva “jamaa, jamaa"



Juan Carlos González Marcos, conosciuto come "Pánfilo"Foto © Collage reti sociali

“Mio fratello Pánfilo è venuto a mancare”, con queste parole ha confermato nella serata di giovedì Daisy Ortega la morte di Juan Carlos González Marcos, il cubano che nel 2009 è diventato un simbolo involontario della fame sull'isola dopo essere irrompato in una registrazione e aver gridato ciò che milioni tacevano.

Fonte: Cattura di Facebook/Daisy Ortega

Pánfilo morì a L'Avana, nello stesso Vedado dove per anni fu conosciuto come un personaggio popolare di quartiere, segnato dalla precarietà, dall'alcol e da una frase che ha impressionato tutto un paese.

La sua morte ha suscitato reazioni immediate tra coloro che lo conoscevano o seguivano la sua storia.

“Così lo ricorderò, anche se ormai negli ultimi tempi la sua figura era deteriorata dalla vita e dall'alcol. Personaggio famoso e popolare nel mio quartiere, tutti lo conoscevano per il suo grido di cibo: ‘Qui quello che serve è JAMAAA!!’. Riposa in pace, amico Pánfilo”, scrisse Carlos Espinosa Betancourt.

Fonte: Screenshot di Facebook/Carlos Espinosa

Anche sui social media, un altro utente ha espresso: “Vola alto, fratello. Che Dio ti tenga in Gloria, accanto a Berta. Pánfilo (Juan Carlos González Marcos) è recentemente scomparso a Cuba. Le mie più sentite condoglianze a Daisy Ortega, che è stata come una seconda madre per lui in questo mondo”.

Fonte: Cattura di Facebook/Vergatario Criollo Agrio

Il grido che lo ha trasformato in simbolo

La scena che lo ha lanciato alla fama è avvenuta nel 2009, quando ha interrotto un’intervista sul reguetón a L'Avana.

Visibilmente ubriaco, ma con una lucidità che avrebbe segnato un'epoca, Pánfilo sollevò allora una richiesta che sintetizzava la realtà quotidiana di molti cubani.

“Quello che ci manca è un po' di jama, che siamo in fiamme, registra, ascolta, jamaaa... mettiti qui, jamaaa”, disse mentre si intrometteva nella registrazione.

Salì dalla stanza, ma tornò solo pochi secondi dopo per insistere:

“Mi metterò, c'è bisogno di cibo, che c'è una fame tremenda. Te lo sta dicendo ‘Pánfilo in Cuba, cibo’”, aggiunse mentre menzionava il “picadillo di soia” e “un pollo vecchio” come uniche opzioni.

La sua frase finale è rimasta impressa come un ritratto crudo del paese:

“Che fame pazzesca c'è, asere, che fame pazzesca c'è, asere!”

Quel video -di appena pochi secondi si è viralizzato- trasformandolo in una figura riconoscibile e in una sorta di portavoce spontaneo della scarsità.

Reapparizioni e lo stesso reclamo

Nel corso degli anni, Pánfilo è riapparso in diverse occasioni, sempre con lo stesso messaggio, ma con un tono sempre più disperato.

En 2015, ormai diventato un personaggio di strada, continuava a richiamare il suo grido più conosciuto: “Oye cómo va… ¡Jamaaaa!”.

Nel 2021, più di un decennio dopo il primo video, è tornato a diventare virale con un aggiornamento della sua denuncia:

“Adesso sì che non c'è nemmeno un po' di picadillo”, disse allora, confrontando la situazione con quella degli anni precedenti.

Y aggiunse: “Te lo dico io, filma qui, dicembre 2021, fame tremenda. Jamaaaaaa. Qui siamo davvero in crisi, asere. Fame tremenda quella che stiamo passando, e le fileeeee. Non sono riuscito a prendere un pacco di pollo”.

Da simbolo virale alla marginalità

Con il passare del tempo, Pánfilo si deteriorò visibilmente. A settembre 2023, un'attivista segnalò che viveva in strada, malato e senza attenzioni.

“Sembra che sia già molto malato. È fuori del Carmelo, se qualcuno può aiutarlo io ho vestiti e scarpe che potrei donargli”, scrisse allora l'attivista Yamilka Lafita.

L'immagine dell'uomo che una volta ha messo in evidenza la fame a Cuba è finita per fondersi con quella stessa realtà: povertà, abbandono ed esclusione sociale.

Dal suo esordio nel 2009, Pánfilo non è stato solo un fenomeno virale.

La sua figura è diventata un riflesso scomodo della crisi strutturale del paese, una crepa nel discorso ufficiale da cui è filtrata, senza filtri, la realtà di milioni di cubani.

Durante anni, le sue frasi “Qui quello che serve è jamaaa, jamaaa!”, “tremenda fame è quella che c'è, asere!” sono diventate parte del linguaggio popolare, ripetute nei quartieri, sui social media e nelle conversazioni quotidiane.

No come semplice scherno o derisione, ma come un modo di dire -tra risate e rassegnazione- ciò che continua a essere impossibile ignorare: che mangiare a Cuba continua a essere una battaglia quotidiana.

La sua attualità non è casuale.

In una Cuba oggi segnata da un'inflazione fuori controllo, da una scarsità cronica e dal collasso del potere d'acquisto, il grido di Pánfilo descrive con precisione ciò che molti stanno vivendo.

I prezzi proibitivi del mercato informale, la scomparsa intermittente di prodotti di base e la dipendenza dalle rimesse hanno trasformato l'atto di nutrirsi in un'eterna incertezza.

Ciò che nel 2009 è stato considerato come un momento spontaneo, persino pittoresco, oggi è visto come una denuncia anticipata ai suoi tempi.

Pánfilo era un profeta, non esagerava: nominava un problema che non solo non si risolse, ma si aggravò fino a livelli inimmaginabili.

Fu testimone vivente – e ora postumo – di una realtà che punge e si diffonde.

Come lui, migliaia di cubani sono stati spinti ai margini, intrappolati in una crisi che non concede tregua.

Pánfilo parlava dal margine, con umorismo, irriversenza e alcol di mezzo, ma anche con una chiarezza brutale.

Y anche se la sua voce non c'è più, il suo grido continua a risuonare a Cuba: “¡Jamaaaaaa… qui quello che serve è jamaaaa!”.

Riposa in pace, Pánfilo.

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Redazione di CiberCuba

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