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Miguel Díaz-Canel ai visitatori stranieri: “Siamo una minaccia per l'esempio?” in mezzo a una crisi che colpisce i cubani
Il governante cubano Miguel Díaz-Canel ha nuovamente difeso il discorso ufficiale del regime durante un incontro con delegazioni straniere che sono venute all'Avana per esprimere il loro sostegno al regime, in mezzo alla profonda crisi economica e sociale che colpisce l'Isola.
Di fronte a circa 650 visitatori appartenenti a circa 140 organizzazioni che fanno parte del così detto Convoy Nuestra América a Cuba, il presidente ha ringraziato per la presenza di questi gruppi, che ha descritto come portatori di una solidarietà che, secondo lui, "ci dà energia" e rafforza le convinzioni del sistema.
"Sappiamo cosa significa venire a Cuba," ha espresso, sottolineando quello che ha considerato un gesto di coraggio da parte di coloro che viaggiano verso l'Isola in mezzo alle tensioni internazionali.
Díaz-Canel ha insistito nel presentare Cuba come un modello che ispira, affermando che "quello di cui stiamo discutendo non è solo la causa di Cuba, ma anche la causa di tutti i popoli del mondo".
Il dittatore non poté fare a meno di citare le azioni "solidali" di Cuba nel mondo, come le missioni mediche in altri paesi (che organizzazioni internazionali definiscono come una forma di "schiavitù moderna") e con il massimo cinismo, chiese al pubblico: "Per questo siamo una minaccia, o siamo una minaccia per l'esempio?".
La frase, pronunciata mentre difendeva il ruolo internazionale di Cuba, contrasta con la realtà quotidiana che vivono i cubani all'interno del paese, con blackout che superano le 20 ore giornaliere, scarsità cronica di alimenti, inflazione fuori controllo e salari e pensioni che non bastano a coprire i bisogni di base.
A questo si aggiunge il deterioramento dei servizi essenziali, dai ospedali al trasporto, in un contesto in cui la sopravvivenza quotidiana è diventata una lotta costante.
Nonostante questo panorama, il mandatario ha ribadito le consuete frasi del discorso ufficiale, come che i rivoluzionari non si arrendono, e ha aggiunto: "Stiamo vivendo tempi difficili, ma anche tempi di scelte, e qui c'è un popolo che preferisce vivere in piedi piuttosto che morire in ginocchio".
Ha anche riaffermato la posizione del regime nei confronti degli Stati Uniti, sottolineando che Cuba è disposta al dialogo, ma senza rinunciare al proprio modello politico: "Continuiamo a essere di Patria o Morte, e vinceremo".
Nel frattempo, dall'esterno dell'Isola, numerosi sostenitori della dittatura continuano a viaggiare e a esprimere il loro sostegno, per poi tornare nei loro paesi, dove godono di libertà economiche e politiche che non esistono a Cuba.
Questa disconnessione tra il discorso ideologico e la vita reale nel paese è sempre più evidente, specialmente quando si confrontano queste dichiarazioni con le difficoltà che attraversa la popolazione.
L'atto, carico di retorica politica e appelli alla solidarietà internazionale, rimette in discussione una contraddizione centrale: mentre il governo insiste nel proiettare un'immagine di resistenza e dignità, la realtà quotidiana dei cubani riflette una crisi profonda che continua a non avere soluzioni visibili.
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