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Il regime cubano è tornato a presentarsi come vittima dell'“impunità” e dell'“abuso”, questa volta in una dichiarazione ufficiale del Ministero degli Affari Esteri (MINREX) in cui condanna un nuovo ordine esecutivo del presidente Donald Trump diretto a tagliare l'approvvigionamento di carburante verso l'Isola.
La contraddizione non è passata inosservata: uno Stato che per decenni ha esercitato repressione, censura e abuso sistematico contro il proprio popolo ora chiede al mondo rispetto, legalità e solidarietà.
Nel comunicato datato 30 gennaio 2026, L'Avana ha denunciato quella che ha definito una “escalation dell'assedio economico” degli Stati Uniti, dopo che Washington ha dichiarato un'emergenza nazionale per imporre dazi ai paesi che forniscono petrolio a Cuba.
Un discorso di "diritto internazionale" da uno Stato senza diritti
Il testo ufficiale accusa gli Stati Uniti di violare il Diritto Internazionale e di agire attraverso “ricatto, minaccia e coercizione”. Avverte anche che la comunità internazionale deve respingere “l'aggressione, l'impunità e l'abuso”.
Pero a Cuba, que stessi concetti sono stati negati per oltre sei decenni.
Mentre il regime parla di etica governativa e rispetto reciproco, sull'Isola: migliaia di prigionieri politici continuano a essere incarcerati per motivi ideologici, le manifestazioni pacifiche vengono represse con violenza, i giornalisti indipendenti sono perseguitati, e l'apparato di sicurezza agisce con totale impunità nei confronti della cittadinanza.
La chiamata a rifiutare "l'impunità" risulta particolarmente cinica in un paese dove non esiste indipendenza giudiziaria e dove il Partito Comunista controlla ogni istituzione.
«Cuba non rappresenta una minaccia»... ma persegue e perseguita anche i diplomatici
Nel comunicato, il regime insiste che Cuba “non costituisce alcuna minaccia” e si descrive come “un paese di pace, solidale e cooperativo”.
Tuttavia, lo stesso governo che chiede rispetto internazionale ha intensificato la sua ostilità anche contro i diplomatici stranieri, come l'ambasciatore statunitense Mike Hammer.
La narrativa ufficiale cerca di presentare il regime come garante della stabilità, mentre trasforma i suoi cittadini in ostaggi di una crisi cronica provocata dal proprio modello economico fallimentare e dalla sua negativa a concedere libertà fondamentali.
Il ricorso eterno: incolpare l'embargo e chiedere solidarietà senza assumersi responsabilità
La dichiarazione riafferma il vecchio copione del castrismo: il blocco come spiegazione assoluta di tutti i problemi nazionali.
Ma il regime tace su: la corruzione interna, il collasso produttivo, il dirottamento di risorse verso le élite militari e la totale mancanza di riforme strutturali.
Gli Stati Uniti possono inasprire le sanzioni, ma è il sistema cubano che tiene il popolo senza diritti politici, senza libertà economiche e senza possibilità di decidere il proprio destino.
“Patria o muerte” nel 2026: propaganda di fronte al fallimento
Il finale del comunicato —“Patria o Morte, Vinceremo!”— conferma che L'Avana continua a tenere fermo il linguaggio della contrapposizione ideologica, anche quando il paese sta attraversando una delle peggiori crisi della sua storia contemporanea.
In assenza di risposte concrete, il regime ricorre ancora una volta all'epica rivoluzionaria e al nemico esterno per giustificare la sua permanenza al potere.
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