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Negli ultimi giorni, a seguito della nuova Legge sulla Salute Pubblica a Cuba che riconosce il diritto a una morte dignitosa e stabilisce le condizioni per regolare l'eutanasia, si è aperto un dibattito intenso e carico di emozioni. Non solo nei media, ma anche nelle pubblicazioni sui social media, dove ho visto molte persone, partendo da esperienze reali di dolore, mescolare due cose che non sono la stessa cosa: morire con dignità e provocare la morte. Proprio per questo sento la necessità di fermarmi un momento e cercare di chiarire questa differenza, perché non è un dettaglio tecnico: è il cuore di ciò di cui stiamo discutendo.
In Cuba, parlare oggi di morte dignitosa ed eutanasia non è un dibattito teorico. È qualcosa che tocca migliaia di famiglie che hanno visto morire un loro caro tra dolore, mancanze e solitudine. Perciò è così importante non confondere concetti che, sebbene sembrino vicini, significano cose molto diverse.
La MORTE DIGNITOSA non è un'azione che causa la morte. È un modo di prendersi cura quando non si può più curare. Significa che quando una persona ha una malattia avanzata, irreversibile o terminale, la medicina cambia obiettivo: smette di combattere contro l'inevitabile e si concentra sull'alleviare la sofferenza. Si tratta di controllare il dolore, calmare l'ansia, ritirare trattamenti che non sono più utili e accompagnare fino alla fine.
Un esempio semplice: una persona con cancro avanzato è in terapia intensiva collegata a un respiratore, priva di coscienza e senza una reale possibilità di recupero. Mantenere questa persona indefinitamente attaccata a delle macchine non le restituisce la vita, ma prolunga soltanto l'agonia. Decidere di ritirare quel supporto e permetterle di morire in pace, con sedazione e compagnia, è una morte dignitosa. È la malattia a vincere, non il medico.
L'EUTANASIA, invece, è un'altra cosa. Qui non si lascia che la malattia segua il suo corso: si somministra una sostanza per provocare direttamente la morte. L'intenzione non è più solo quella di alleviare la sofferenza, ma di porre fine alla vita come risposta al dolore.
Quella differenza è fondamentale: lasciar morire non è la stessa cosa che far morire.
Nei sistemi sanitari in cui esistono cure palliative solide, questa distinzione può essere discussa con maggiore serenità. Ma a Cuba, spesso la sofferenza non deriva solo dalla malattia, ma dalla mancanza di farmaci, di analgesici, di personale e di condizioni basilari. E questo cambia il contesto etico.
Immaginiamo due persone con la stessa malattia terminale. Una riceve morfina, supporto, attenzione e compagnia. L'altra ha dolore non controllato, paura e abbandono. Se entrambe dicono "voglio morire", stanno esprimendo la stessa cosa? Dal punto di vista biologico sì. Da quello etico, non necessariamente.
Quando qualcuno chiede di morire perché non c'è sollievo, non ci sono cure e non c'è dignità, la domanda cambia: sta scegliendo la morte o sta cercando di fuggire da una forma indegna di vivere il suo finale?
Per questo è così importante non mescolare eutanasia con morte dignitosa. La MORTE DIGNITOSA richiede prima di tutto che il sistema si prenda cura. L'EUTANASIA, se offerta senza questo, corre il rischio di diventare una risposta all'abbandono.
Una società veramente umana non si misura da quanto rapidamente può offrire un modo per morire, ma da quanto si impegna affinché nessuno debba chiedere la morte perché non riesce più a sopportare.
E quella differenza, oggi a Cuba, non è un dettaglio. È il cuore del dibattito.
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