Universitari cubani diventano lavoratori forzati a causa della crisi e dei bassi stipendi



Studente sulla scalinata dell'Università de La Habana (Immagine di riferimento)Foto © Radio Reloj

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Studiare a Cuba non garantisce più un futuro, nemmeno il presente. La crisi economica e i bassi stipendi hanno trasformato gli universitari in lavoratori forzati che devono combinare l'insegnamento con occupazioni informali per sopravvivere, una realtà che, sebbene sia comune in molti paesi, in passato era impensabile nella nazione caraibica.

Il quotidiano ufficiale Juventud Rebelde ha riconosciuto in un reportage che migliaia di studenti universitari a Cuba sono costretti a lavorare per potersi mantenere, a causa della insufficienza delle borse di studio statali e del deterioramento generale dell'economia.

La pubblicazione raccoglie testimonianze di giovani provenienti da diverse province che, tra lezioni, lavori precari e notti insonni, cercano di portare a termine i propri studi in mezzo a una crisi che colpisce direttamente i loro mezzi di sussistenza e le loro aspirazioni professionali.

“Bisogna generare reddito per aiutare le nostre famiglie,” ha confessato uno degli intervistati, studente di Ingegneria Informatica all'Università di Sancti Spíritus, che ha deciso di accettare un lavoro amministrativo per poter coprire le sue spese.

“Se ci organizziamo bene, certo che possiamo farcela”, ha aggiunto, sebbene la sua testimonianza rifletta la normalizzazione della precarietà.

Secondo i dati del Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale citati da Juventud Rebelde, attualmente 2.842 studenti lavorano part-time nel settore statale, di cui più di 2.100 sono universitari.

Tuttavia, la cifra reale potrebbe essere molto più alta, poiché il reportage ammette l'esistenza di giovani impiegati nel settore privato senza contratti formali né protezione sul lavoro.

Uno dei testimonianze più rivelatrici è quella di uno studente di Contabilità che ha abbandonato il corso di laurea in Ingegneria per intraprendere un'attività autonoma nel settore della sublimazione e della stampa.

“Ho una migliore retribuzione e un contratto legale, anche se non è correlato alla mia carriera,” ha spiegato.

La sua storia riflette una tendenza crescente: i giovani danno priorità al reddito immediato rispetto alla vocazione professionale.

Il testo espone anche casi di studenti che alternano studi con lavori in bar, caffetterie o come aiutanti di costruzione, senza alcun tipo di supporto legale.

“Ho lavorato per periodi prolungati senza contratto e nessuno me lo ha richiesto”, ha riconosciuto uno studente di Holguín, mentre Juventud Rebelde classifica questo fenomeno come una “violazione grave delle norme lavorative”.

La pubblicazione ammette, inoltre, che gli stipendi statali sono così bassi da risultare simbolici.

Dal cosiddetto Progetto di Riorganizzazione, gli studenti ricevono tra 200 e 600 pesos cubani mensili, una somma che non copre neanche il costo di un viaggio settimanale tra province né un pasto nei dintorni delle università.

"Mangiare una pizza può costare 250 pesos", esemplifica un'alunna intervistata.

Il reportage ufficiale, tuttavia, evita di mettere in discussione le cause strutturali di questa precarietà.

La nota omette il ruolo del governo nella svalutazione del lavoro accademico e la mancanza di incentivi reali per i giovani.

Non menziona nemmeno che la maggior parte delle università è priva di mense, residenze in condizioni adeguate o risorse di base per garantire la vita studentesca.

Il risultato è una generazione che si forma in condizioni estreme, spinta verso l'economia informale, con un futuro professionale incerto e senza stimoli per rimanere nel paese.

La frase che meglio sintetizza la situazione è stata pronunciata da una studentessa di Giornalismo a L'Avana: “Se la situazione fosse diversa, non dovrei pensare a come studiare, lavorare e sopravvivere allo stesso tempo”.

Ciò che Juventud Rebelde presenta come "responsabilità e sacrificio giovanile" è, in realtà, il riflesso di una crisi strutturale che costringe i giovani a sostenere con le proprie mani un sistema che non offre loro garanzie né futuro.

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