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Le dichiarazioni dell'ex vicepresidente statunitense Mike Pence hanno nuovamente introdotto confusione nella strategia di Washington verso il Venezuela, proprio mentre Donald Trump ha intensificato il suo avvicinamento a Delcy Rodríguez e l'ha sostenuta come figura chiave del governo di transizione dopo la cattura di Nicolás Maduro.
In un'intervista concessa a Jake Tapper nel programma State of the Union di CNN, Pence, che è stato il principale responsabile del dossier venezuelano durante il suo tempo alla Casa Bianca, ha lanciato un avvertimento diretto: sebbene la rimozione di Maduro sia stata un passo “storico e importante”, il percorso successivo è altrettanto decisivo, e su questo punto, ha affermato, gli Stati Uniti stanno sbagliando.
“Delcy Rodríguez non è la leader adatta per il Venezuela”, ha affermato senza giri di parole. Pence ha riconosciuto che potrebbe essere necessario un periodo di transizione per la stabilizzazione, ma ha insistito sul fatto che l'obiettivo di Washington dovrebbe essere quello di accelerare il ritorno delle libertà fondamentali e condurre il paese a elezioni libere e giuste.
A suo avviso, figure di opposizione come María Corina Machado, o qualsiasi altro leader emerso dal voto popolare, rappresentano meglio l'aspirazione di libertà dei venezuelani.
Le parole dell'ex vicepresidente contrastano in modo marcato con la narrativa attuale di Donald Trump. Nelle ultime settimane, il presidente ha descritto Rodríguez come un'“alleata”, una “persona fantastica” e una leader pronta a rispettare le condizioni imposte dagli Stati Uniti, in particolare in materia energetica e di sicurezza.
Trump ha difeso apertamente che Washington supervisioni il petrolio venezuelano, gestisca le entrate e garantisca una transizione “controllata”, evitando, secondo il suo stesso argomento, un scenario di caos come quello dell'Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein.
Per Pence, tuttavia, il rischio non è il disordine immediato, ma la rinuncia all'impegno democratico che ha caratterizzato la politica statunitense verso il Venezuela per anni.
Ricordò che prima del chavismo il paese era una delle nazioni più prospere dell'emisfero e che l'attuale devastazione ha provocato l'esodo di tra otto e dieci milioni di persone. In questo contesto, avvertì che sostenere figure del potere chavista riciclate come amministratrici del periodo di transizione può inviare un messaggio sbagliato sia ai venezuelani che al resto della regione.
L'ex vicepresidente ha anche insinuato una critica più ampia verso l'avanzata di un nuovo isolamento all'interno dell'ambiente di Trump, che, ha affermato, minaccia di indebolire il ruolo storico degli Stati Uniti come garante della democrazia nell'emisfero. “L'America continua a essere il leader del mondo libero e deve agire come tale, specialmente nella nostra regione”, ha sottolineato.
Nel frattempo, a Caracas e al di fuori di essa, la figura di Delcy Rodríguez continua a generare profonde divisioni. Per alcuni rappresenta un'uscita pragmatica dopo la caduta di Maduro; per altri, un volto diverso della stessa struttura di potere.
In mezzo a questo dibattito, le parole di Pence riaprono una domanda scomoda: se la transizione venezuelana avanza sotto il controllo di Washington, a chi risponde realmente il futuro del paese?
Per milioni di cubani, dentro e fuori dall'Isola, l'esito di questa storia non è estraneo. Il Venezuela è stato per anni un sostegno economico e politico del regime di La Habana, e qualsiasi ridefinizione del potere a Caracas, sia essa democratica o controllata, ha effetti diretti sulla vita quotidiana a Cuba, in un momento segnato da blackout, crisi economica e migrazione di massa.
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