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Oggi, 31 dicembre, in molti luoghi del mondo è un giorno di abbracci, di bilanci e di aspettative. Si guarda l'orologio, si contano i secondi e si spera che l'anno prossimo sia migliore. È una scena che si ripete ogni anno, quasi come un rituale.
Ma per milioni di cubani, questo 31 dicembre non è solo una celebrazione, è anche una ferita aperta. Una ferita che attraversa famiglie intere. Madri, padri, fratelli, figli, nonni e nipoti vivono questa notte separati, uniti solo da un telefono che a volte non squilla, o suona tardi, quando l'emozione si è già mescolata con la stanchezza.
Ci sono tavole apparecchiate, sì, ma incomplete. E molte di queste tavole esistono proprio grazie all'assenza. Grazie al figlio che se n'è andato, alla madre che ha emigrato, al padre che lavora lontano, al fratello che sostiene da fuori i suoi cari. Si brinda per loro mentre la loro sedia rimane vuota, sapendo che quel sacrificio ha un prezzo alto, che si paga con nostalgia, con lacrime, con distanza e con notti come questa.
È una notte in cui si guarda di più il telefono che l'orologio. Le linee collassano, il segnale fa cilecca e il momento più importante dell'anno si trasforma in attesa. L'abbraccio viene sostituito da una voce interrotta, da un'immagine congelata, da un "domani parliamo" che fa più male di quanto appaia. Eppure, si è grati, perché anche questo è meglio che non sapere nulla.
Questa è la realtà cubana. Una realtà in cui l'assenza sostiene le famiglie, dove l'amore viaggia in rimesse, in pacchi e in minuti contati, e dove la distanza non è un'eccezione, ma la norma. Ogni famiglia porta la propria storia, ma tutte condividono lo stesso strazio.
Ci sono madri che sorridono per non preoccupare, padri che tacciono per non spezzarsi, figli che imparano a essere forti troppo presto, nonni che aspettano in silenzio e nipoti che crescono senza capire perché manchino abbracci nelle occasioni importanti. È un dolore che si distribuisce tra le generazioni.
Eppure, anche da quella lacerazione, il cubano non si arrende. Si offre anche se fa male, si celebra anche in assenza di qualcuno e si continua a sognare, non perché la realtà lo faciliti, ma perché arrendersi non è mai stata parte della nostra storia.
Speriamo che il 2026 non sia solo un cambio di numero. Speriamo che sia l'anno in cui molte di queste assenze smettano di essere necessarie, l'anno in cui i tavoli tornino a riempirsi di persone e non di silenzi. Fino a quando quel giorno non arriverà, il cubano continuerà a resistere, ferito ma in piedi, aggrappato a una speranza testarda che, per quanto cerchino di spegnere, continua a vivere.
Che il 2026 ci restituisca gli abbracci che mancano, la dignità che meritiamo e la speranza che non sono mai riusciti a toglierci.
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