
Video correlati:
Recente dichiarazioni dell'ex spia cubano René González, membro della nota Rete Avispa, hanno riacceso il dibattito riguardo al procedimento giudiziario contro l'ex ministro dell'Economia Alejandro Gil Fernández, attualmente sotto indagine per reati che includono spionaggio, malversazione e riciclaggio di denaro.
In un ampio post pubblicato su social media, González ha chiesto che il processo sia “pubblico, aperto e trasparente”, una richiesta che, provenendo da una figura così emblematica del sistema di intelligence cubano, evidenzia le crepe interne del regime e la crisi di credibilità del suo apparato giudiziario.
González, uno dei cinque spie condannati negli Stati Uniti nel 1998 per aver infiltrato organizzazioni dell'esilio, mantiene ancora un ruolo simbolico all'interno del governo cubano. La sua voce, attentamente calibrata, tende a emergere quando il potere ha bisogno di dare l'apparenza di un dibattito interno o di lanciare messaggi indirizzati ai settori critici del proprio sistema.
Questa volta, il suo intervento arriva in un clima di diffidenza generalizzata nei confronti della Procura Generale e del sistema giudiziario, che mantengono sotto totale segretezza i dettagli del processo contro Gil Fernández.
L'ex ministro è stato destituito nel febbraio 2024 e, pochi mesi dopo, la Procura ha confermato l'apertura di un fascicolo per "gravi irregolarità". Da allora, il regime ha avviato una intensa campagna mediatica, presentando il caso come prova della sua presunta lotta contro la corruzione.
Tuttavia, l'assenza di informazioni verificabili, il segreto del processo e la repentina criminalizzazione di un alto funzionario che per anni è stato considerato “uno dei quadri più leali” di Miguel Díaz-Canel, alimentano la percezione che il processo sia, in realtà, un regolamento di conti all'interno del potere.
L'intervento di González, sebbene rivestito di prudenza istituzionale, introduce un elemento scomodo per il regime. Ricordando la “presunzione di innocenza” e richiedendo un processo trasparente, l'ex spia lascia intravedere la mancanza di garanzie processuali a Cuba.
Il tuo testo menziona, addirittura, che “non siamo nelle condizioni di chiedere alla gente di credere per fede”, una frase che, pur non rompendo con l'ortodossia, indica un assoluto discredito delle istituzioni.
Pero González si guarda dal trascendere: nella stessa pubblicazione invita a non "spararci l'uno contro l'altro nella stessa trincea", ricordando che la sua lealtà al sistema rimane intatta.
Questa dualità è caratteristica del discorso che il regime consente a certi portavoce. Negli ultimi anni, figure come lo stesso González o il trovatore Israel Rojas di Buena Fe, hanno introdotto nel dibattito pubblico espressioni tratte dal linguaggio dell'opposizione — come il “blocco interno” — per dare un'apparenza di autocrítica controllata.
In realtà, si tratta di una strategia di comunicazione progettata dalla controintelligence cubana: canalizzare il malcontento sociale entro limiti sicuri, simulare pluralità e prevenire che le critiche si trasformino in interrogativi sul nucleo del potere.
Un sistema giudiziario al servizio del controllo politico
Il caso di Gil Fernández illustra con crudezza la natura del sistema giudiziario cubano. A Cuba non esiste indipendenza dei poteri: la Procura, i tribunali e la Sicurezza dello Stato rispondono a una stessa struttura di comando politico.
Le cause legali di alto profilo sono spesso operazioni di controllo, destinate a disciplinare i quadri intermedi, ripulire l'immagine del governo o nascondere scandali che coinvolgono figure più elevate del potere.
Il segreto che circonda questo processo riproduce un modello storico. Nel 1989, le celebri Cause 1 e 2 —che portarono alla fucilazione del generale Arnaldo Ochoa e di altri militari— servirono per riaffermare l'autorità di Fidel Castro dopo le sospettate di corruzione e traffico di droga nelle Forze Armate.
Oggi, il dossier di Gil Fernández svolge un ruolo simile: proiettare un'immagine di rigore istituzionale in mezzo a una crisi economica devastante e a un crescente malcontento popolare.
Mentre la famiglia di Gil insiste sull'innocenza dell'ex ministro e chiede un processo aperto, la propaganda ufficiale si impegna a presentarlo come simbolo della corruzione interna. Senza prove pubbliche né testimoni noti, il regime pretende che il popolo creda per decreto, ripetendo il vecchio copione dei processi esemplari.
In questo contesto, le parole di René González, sebbene calcolate, confermano che anche all'interno della trincea ufficialista c'è consapevolezza dell'usura e del pericolo che comporta continuare a nascondere la decadenza del sistema.
En ultima istanza, il suo appello alla “trasparenza” non cerca di smantellare il regime, ma di salvarlo da se stesso. Ma il fatto che un ex-spia della Rete Avispa si trovi costretto a reclamare pubblicamente garanzie processuali è già un segno di quanto la macchina giudiziaria del castrismo abbia perso ogni credibilità, anche tra i suoi.
Archiviato in: