Padre Alberto Reyes: «Perdonare non significa dimenticare né cancellare tutto»

Dettaglio del gruppo scultoreo "La conversazione" nella Piazza San Francesco d'Assisi. Immagine scattata il 6 settembre 2026Foto © CiberCuba

Il sacerdote cubano Alberto Reyes ha offerto questa domenica una riflessione sul perdono in occasione del Vangelo della ventiquattresima domenica del Tempo Ordinario, in cui Gesù risponde a Pietro che non si deve perdonare sette volte, ma settanta volte sette, cioè sempre.

Partendo da quel passaggio del Vangelo di Matteo 18, 21-35, Reyes smonta tre idee che, a suo avviso, distorcono il vero significato del perdono.

La prima è credere che perdonare equivalga a dimenticare. «Perdonare non significa dimenticare l'offesa, perché ci sono situazioni che non potremo mai dimenticare», avverte il sacerdote di Esmeralda (Camagüey).

La seconda confusione è pensare che perdonare richieda di sopprimere le emozioni. Per il padre Alberto Reyes, provare rabbia, delusione, fastidio o anche desideri di vendetta non contraddice il perdono: questi sentimenti sfuggono al controllo volontario della persona.

La terza è l'atteggiamento che lui definisce semplicistico: «Cancella e ricomincia, qui non è successo niente». Questa posizione, sostiene, non è nemmeno perdono.

Di fronte a queste concezioni, il sacerdote propone una definizione incentrata sul comportamento, non sul sentimento. «Cristo non ci chiede nulla che noi non possiamo gestire e, pertanto, ciò che il Signore ci chiede rientra nell'ambito della condotta, di ciò che possiamo fare, e non di ciò che possiamo sentire o pensare», spiega.

Da questa prospettiva, perdonare significa qualcosa di concreto e raggiungibile: «Essere in grado di tenere la porta aperta significa non smettere di tendere la mano di fronte alla necessità di colui che ci ha offeso. Perdonare è essere capaci di essere lì per assistere chi ci ha ferito, è imparare a vedere il bisognoso anziché l'aggressore».

Per percorrere quel cammino, Reyes propone tre atteggiamenti pratici.

La prima è pregare per chi ci ha ferito. Riconosce che all'inizio questa pratica può sembrare «persino violenta», ma assicura che «pregare per l'aggressore finisce per essere un cammino verso la pace».

La seconda è drenare il dolore: parlare con qualcuno in grado di ascoltare senza giudicare, senza dare valutazioni né consigli. Qualcuno che, per citare Santa Teresa, sia «lo scarico necessario».

La terza attitudine è cercare di comprendere l'aggressore. «Nessuno è cattivo senza motivo, nessuno ferisce per sport, nessuno attacca senza una ferita nell'anima», afferma Reyes, e ricorre alla metafora dell'iceberg per illustrare che ciò che si vede nel comportamento dell'altro è solo la punta di qualcosa di più profondo.

Il sacerdote è attento a chiarire che comprendere non equivale a giustificare. «È possibile che la ferita dell'aggressore sia così profonda che nemmeno lui sia consapevole di agire da essa. Questo, ovviamente, non lo giustifica, perché nulla giustifica il fare del male a un altro», sottolinea.

Reyes, conosciuto anche per la sua rubrica settimanale su Facebook dove combina riflessione spirituale con denuncia della situazione a Cuba, ha affrontato il tema del perdono in chiave politica in altre occasioni. A marzo di quest'anno ha affermato che il popolo cubano darebbe priorità al perdono verso il regime in cambio della libertà, e in un'altra intervista dello stesso mese ha avvertito che i popoli non sempre perdonano coloro che hanno fatto loro del male.

Questa riflessione domenicale, tuttavia, si muove sul piano spirituale e interpersonale. La sua conclusione sottolinea che uno sguardo compassionevole verso l'aggressore non è una concessione, ma il cammino più diretto verso la propria pace. «Da quel punto di vista ci sarà molto più facile intraprendere il percorso del perdono, tendere la mano nonostante la ferita e sperimentare il dono di trovare la propria pace».

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Redazione di CiberCuba

Un team di giornalisti impegnati a informare sull'attualità cubana e temi di interesse globale. Su CiberCuba lavoriamo per offrire notizie veritiere e analisi critiche.

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