
Yanetsy León González, giornalista ufficialista laureata presso la Università Centrale delle Ville, ha pubblicato questo sabato una riflessione sui social media che cattura con precisione il disincanto che oggi provano i giovani cubani nei confronti dell'istruzione superiore.
Il testo, intitolato , coincide con i suoi 19 anni di laurea in Giornalismo e circola in un momento in cui la crisi del sistema universitario cubano raggiunge livelli senza precedenti.
La autrice, che lavora nel quotidiano ufficialista Adelante di Camagüey, descrive come tutore una giovane che ha appena iniziato il corso di studi e già lavora per pagare l'affitto, un'immagine che contrasta con i suoi anni da studentessa a Santa Clara, quando sopravviveva grazie ai bonifici che le inviava i genitori e nei fine settimana nella borsa di studio mangiava pane con timba o melcocha.
«Dalla borsa di studio ricordo quei fine settimana, la solitudine, i rospi in bagno, il freddo e gli amici che sono diventati i fratelli che il tempo mi ha regalato», scrive.
Ma il cuore della sua riflessione punta a una trasformazione più profonda nella società cubana: «Ora la conoscenza non sembra più redditizia. Molti bambini non sognano più una professione, ma un lavoro che permetta loro di guadagnare soldi il prima possibile. Gli basta un bancone, un timbiriche qualunque, un posto da venditore. Il solito venditore sfruttato di sempre».
La giornalista ufficialista riconosce che «a Cuba è diventato normale dire che studiare non vale la pena», un'affermazione che ha un supporto statistico: secondo i dati dell'Unione dei Giovani Comunisti, a dicembre 2022 circa 800.000 giovani cubani non erano coinvolti né nello studio né nel lavoro, un numero quasi otto volte superiore rispetto al 2019.
La crisi salariale spiega buona parte di questo disincanto. I professionisti del settore statale cubano, come ad esempio gli insegnanti, guadagnano tra 4.000 e 9.400 pesos mensili, equivalenti a tra otto e 20 dollari al cambio informale, mentre gli operai della costruzione alberghiera possono percepire tra 32.000 e 40.000 pesos, superando ampiamente il reddito di medici e ingegneri.
In quel contesto, a maggio, il regime ha sospeso le prove d'ingresso all'università per il corso 2026-2027 a causa della crisi energetica, aggravando la percezione di collasso del sistema.
Inoltre, a giugno, gli studenti dell'Università dell'Avana hanno chiesto risposte con lo slogan «Non andremo a lezione finché non ci saranno risposte».
Tuttavia, l'autrice sottolinea una paradosso che definisce la situazione con chiarezza: «Quello stesso documento che qui sembra privo di valore viaggia nelle valigie, viene legalizzato, tradotto, convalidato. Attraversa confini perché, sebbene noi abbiamo imparato a diffidarne, in molti luoghi continua a essere la prova di una conoscenza, di uno sforzo e di una storia».
Questa contraddizione ha cifre concrete: La Spagna ha omologato più di 5.551 titoli universitari di cubani solo nella prima metà del 2025, il che conferma che il diploma cubano conserva valore al di fuori dell'isola, anche se al suo interno non garantisce nemmeno la sussistenza.
Più di un milione di cubani hanno abbandonato il paese dal 2021, la maggior parte giovani tra i 20 e i 40 anni, molti dei quali con una formazione universitaria che il sistema non è riuscito a trattenere.
La giornalista conclude la sua riflessione con una difesa della conoscenza che trascende il materiale: «Continuo a pensare che un titolo non valga per il cartone né per lo stipendio che garantisce —se mai ne garantisce uno—, ma per il modo in cui ci ha insegnato a guardare il mondo. Forse quella rimane la sua utilità più profonda. E questo è qualcosa che nessuno è riuscito a svalutare».
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