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Il presidente colombiano Gustavo Petro ha pubblicato domenica sul suo account di X un messaggio in cui attribuisce la fame e la povertà a Cuba all'embargo statunitense e assicura che la sua rimozione genererebbe trasformazioni politiche nell'isola, in risposta diretta alle recenti dichiarazioni di Donald Trump riguardo al prendere il controllo di Cuba.
Nel tweet pubblicato domenica scorsa, Petro ha scritto: «Smettetela di parlare di stupidaggini: a Cuba ci sono fame e povertà che vengono alleviate attraverso l'istruzione e la salute, perché c'è un blocco criminale da decenni».
La pubblicazione è stata una replica al giornalista Cesar Augusto Londoño, che aveva citato una dichiarazione precedente del presidente colombiano in cui qualificava qualsiasi aggressione militare a Cuba come un'aggressione a tutta l'America Latina.
La tesi centrale del messaggio è chiara: «Sbloccate Cuba e vedrete cambiamenti politici, forse non come desidera l'attuale sistema cubano, ma forse nemmeno come li vogliono alcuni cubani di Miami, che non sanno che Miami è una delle città del mondo più esposte alla sua fine a causa della crisi climatica».
Petro ha chiuso la sua pubblicazione con un avvertimento: «Coloro che vogliono invadere Cuba accenderanno solo la violenza politica in tutta l'America Latina e estingueranno la sua nascente democrazia».
Il messaggio arriva un giorno dopo che Trump ha affermato, durante una cena del Forum Club a West Palm Beach, che gli Stati Uniti «prenderebbero Cuba praticamente subito» una volta concluse le operazioni in Iran, e descriveva l'ipotesi di inviare la portaerei USS Abraham Lincoln a 100 iarde dalle coste cubane per costringere alla resa il regime.
La posizione di Petro non è nuova. Sabato aveva già pubblicato che «il Caribe è una zona di pace e questo deve essere rispettato» e che «questo continente è il continente della Libertà e non delle invasioni», in quella che rappresenta un modello costante di complicità con L'Avana.
In aprile, durante un'intervista su RTVE a Barcellona, Petro ha definito l'embargo un «genocidio» e ha affermato che era «matar un popolo di fame». A febbraio ha chiesto a Trump di riavviare il dialogo con Cuba e nell'ottobre del 2025 ha boicottato un vertice internazionale dopo l'esclusione di Cuba.
Il regime cubano, da parte sua, ha risposto alle minacce di Trump con una sfida istituzionale. Il cancelliere Bruno Rodríguez Parrilla ha dichiarato che Cuba «non si lascia intimorire», mentre Miguel Díaz-Canel ha affermato che «nessun aggressore piegherà l'isola» e ha fatto appello alla comunità internazionale di fronte a minacce che ha qualificato come «pericolose e senza precedenti».
La tesi di Petro contrasta con la posizione di coloro che indicano che sono 67 anni di dittatura comunista—e non Washington—il principale ostacolo alla libertà dei cubani, e che la crisi strutturale dell'isola è una conseguenza diretta del modello totalitario imposto dal 1959.
Dal gennaio 2026, l'amministrazione Trump ha imposto oltre 240 nuove sanzioni contro Cuba, ha intercettato almeno sette petroliere e ha ridotto le importazioni energetiche cubane tra l'80% e il 90%, aggravando una crisi che già causava blackout di fino a 25 ore giornaliere.
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