L'economista Elías Amor ha presentato un'analisi del "Panorama delle ingiustizie salariali a Cuba", un accurato studio sulle profonde disuguaglianze salariali che colpiscono i lavoratori dell'isola sotto il sistema socialista.
Una delle conclusioni più convincenti dell'analisi è che il principale sfruttatore dei lavoratori cubani non è il capitalismo, ma lo stesso Stato cubano, che controlla i salari e si appropria del valore generato dalla forza lavoro del paese.
Secondo dati ufficiali raccolti nel rapporto, il salario medio mensile a Cuba nel 2025 è stato di 6.930 pesos cubani, una cifra che, convertita in dollari al tasso di cambio informale, rappresenta appena pochi dollari mensili, molto al di sotto di qualsiasi standard di vita dignitoso.
Questo dato acquista ancora più gravità se si considera che l'inflazione cumulata ha raggiunto il 206%, moltiplicando i prezzi dei beni e dei servizi di prima necessità molto al di sopra della crescita dei redditi dei lavoratori, il che ha eroso drasticamente il potere d'acquisto della popolazione.
L'analisi rivela anche importanti lacune territoriali all'interno del paese stesso.
Secondo Amor, un lavoratore dell'Avana guadagna approssimativamente il 20% in più rispetto a uno di Guantánamo, il che evidenzia che le disuguaglianze non esistono solo tra lo Stato e i lavoratori, ma anche tra le diverse regioni del territorio nazionale.
Il contesto macroeconomico aggrava ulteriormente questo panorama.
Il PIB pro capite di Cuba nel 2025 è stato di appena 1.082,8 dollari, una cifra che colloca l'isola tra le economie più impoverite della regione e che riflette il fallimento strutturale del modello economico attuale nel generare ricchezza e benessere per la sua popolazione.
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