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Robert Duvall, uno dei grandi interpreti del cinema americano, è morto lunedì scorso all'età di 95 anni, chiudendo una carriera di oltre 60 anni nell'industria e più di 140 titoli accreditati.
Attore di attori, rispettato da diverse generazioni e padrone di uno stile interpretativo austero e intenso, Duvall è riuscito a ottenere qualcosa riservato a pochissimi: rimanere attuale dalla vecchia Hollywood fino all'era delle piattaforme digitali.
Il suo debutto sul grande schermo avvenne nel 1962 con Uccidere un uccellino, di Robert Mulligan, sebbene già negli anni cinquanta lavorasse in televisione in serie come La dimensione sconosciuta o Il fuggitivo.
La sua consolidazione arrivò nel decennio successivo, quando iniziò a condividere il palcoscenico con figure come Marlon Brando, Robert Redford, Frank Sinatra o John Wayne.
La collaborazione con Francis Ford Coppola segnerebbe la sua carriera. Fu Tom Hagen, il leale ‘consigliere’ dei Corleone in Il Padrino (1972), ruolo che gli valse la sua prima nomination all'Oscar.
Anni dopo interpretò il colonnello Kilgore in Apocalypse Now (1979), un personaggio che ha lasciato nella storia una delle frasi più citate del cinema bellico: “Adoro l'odore del napalm al mattino”. La sua interpretazione gli valse un'altra candidatura agli Oscar.
In totale ricevette sette nomination all'Oscar. Alla fine vinse la statuetta per Gracias y favores (1983), dove interpretò un cantante country in declino.
È stato anche riconosciuto per lavori come Il grande Santini, Cammino al cielo, Azioni civili e Il giudice (2014). Anche negli ultimi anni ha mantenuto una presenza imponente sullo schermo, come dimostrato in Vedove (2018) o Garra (2022).
Oltre a essere attore, è stato regista e produttore. Nel 1997 ha scritto, diretto e interpretato Camino al cielo, un'opera personale presentata in festival internazionali. In seguito firmerà Assassination Tango (2002) e Caballos salvajes (2015). Ha anche lavorato in Spagna in Una noche en el Viejo México, diretto da Emilio Aragón.
Cuba, polemiche e sfumature
La relazione di Duvall con Cuba è stata segnata sia dalla polemica politica che dall'interesse culturale.
Nel 2004, suscitò polemiche a Hollywood criticando pubblicamente Steven Spielberg per il suo viaggio a L'Avana e il suo incontro con il dittatore Fidel Castro. Secondo quanto riportato dal quotidiano dominicano Hoy, Duvall ha messo in discussione il tono elogioso con cui si era parlato del leader cubano dopo quella visita.
Le sue dichiarazioni hanno aperto un dibattito nell'industria riguardo all'immagine del regime cubano e alla responsabilità pubblica delle figure dello spettacolo. L'entourage di Spielberg ha successivamente precisato quelle affermazioni, ma l'episodio ha messo in chiaro la posizione critica di Duvall rispetto al castrismo.
Durante un'intervista televisiva con Charlie Rose, Duvall ha definito “pretensioso” il fatto che Spielberg elogiasse pubblicamente il suo incontro con Castro e ha ironizzato chiedendosi se si renderebbe omaggio anche ai cubani che il leader rivoluzionario “aveva ucciso”.
“Spielberg è stato lì recentemente e ha detto: ‘Le sette ore migliori che ho avuto sono state, in realtà, con Fidel Castro’”, ha spiegato Duvall nel programma della rete CBS ‘60 Minutos II’.
“Adesso, quello che voglio chiederle è: considererebbe di erigere un piccolo edificio annesso al Museo dell'Olocausto o almeno lungo la strada, per rendere omaggio ai cubani che Castro ha ucciso? È molto presuntuoso da parte sua andare là,” disse Duvall a Rose durante l'intervista.”
Tuttavia, il portavoce di Spielberg, Marvin Levy, ha risposto in un comunicato che le dichiarazioni che Duvall ha attribuito al regista riguardo al suo incontro con Castro erano "totalmente false".
L'ambiente di Spielberg ha negato quella versione dei fatti, ma l'episodio ha evidenziato la posizione critica di Duvall nei confronti del regime cubano e lo ha collocato, in modo poco abituale a Hollywood, in una posizione apertamente scomoda nei confronti del castrismo.
Spielberg trascorse quattro giorni a Cuba, presentando otto dei suoi film. Il famoso regista cinematografico cenò anche con Castro, in un incontro che si prolungò per otto ore durante il quale entrambi parlarono di arte, politica e storia.
Finalmente, attirò l'attenzione facendo appelli per porre fine a 40 anni di embargo commerciale degli Stati Uniti contro Cuba, affermando che fosse giunto il momento di seppellire i vecchi rancori della Guerra Fredda e ampliare le azioni reciproche tra americani e cubani.
Sin embargo, il collegamento di Duvall con l'isola non si limitò a quella polemica. Nel 2009 viaggiò a L'Avana insieme ad attori come Bill Murray e James Caan nell'ambito di un progetto culturale e cinematografico.
La visita, ampiamente riportata dalla stampa internazionale, ha mostrato un'altra faccia dell'attore: quella del creativo interessato alla musica, al cinema e all'identità latinoamericana. Duvall, grande appassionato del tango argentino —tema centrale di Assassination Tango—, ha sempre mantenuto una connessione speciale con la cultura ispanica, che ha influito anche sulla sua vita personale.
Quel contrasto tra critica politica e curiosità culturale ha definito il suo approccio a Cuba: ha messo in discussione pubblicamente la figura di Castro, ma non ha rinunciato ad avvicinarsi alla realtà culturale dell'isola né a dialogare con i suoi artisti.
Robert Duvall lascia un'eredità immensa: quella di un interprete che non ha mai avuto bisogno di protagonismi stridenti per diventare un punto di riferimento. Per oltre sei decenni è stato un volto imprescindibile nel cinema statunitense.
La sua morte segna la fine di un'era, ma i suoi personaggi — dall'avvocato silenzioso al militare temerario — continueranno a vivere nella memoria collettiva del settimo arte.
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